"Ero innamorata dell'amore, e ho fatto di tutto per sapere che cosa sia,ma a quanto pare la natura mi ha negato un cuore capace di amare, di soffrire pene d'amore. Più in là di un basso piacere io non posso andare..." (Stendhal, "La certosa di Parma")

venerdì 6 aprile 2012

Quel che Martin Scorsese deve a Pirandello



Prima del Novecento l’uomo aveva focalizzato prevalentemente la sua attenzione sul rapporto tra se stesso e il mondo esterno, senza mai porsi una domanda essenziale: “Chi sono? Sono chi credo di essere o chi appaio?”
Un primo sviluppo del problema si riscontra nella letteratura e, in particolare, uno degli scrittori più attivi sul tema è stato Luigi Pirandello. Infatti, sin dall’inizio della sua attività critica egli ha colto, rappresentato e teorizzato la sua singolare coscienza delle molteplici sfaccettature dell’esperienza e del soggetto.
Questa rappresentazione poliedrica dell’interiorità dell’uomo viene ancor più concentrata con l’avvento del cinema, che, trasformandosi velocemente in una vera e propria industria, si diffonde in Europa e negli Stati Uniti, sviluppando continue sperimentazioni di generi, soggetti, linguaggi e tecniche.
Pirandello è forse tra i primi autori del diciannovesimo secolo a scrivere seriamente e con chiaroveggenza sull’aspetto nascente dell’industria cinematografica. Se egli inizialmente si schiera contro il “mostro cinematografico”, poiché lo considera un’arte che divora la realtà e rischia di divorare l’artista; in seguito ribalta la sua opinione affermando che è proprio grazie al cinema che si può arrivare in maniera più facile e completa ad una “visione del pensiero”. Egli sostiene, infatti, nel suo articolo “Se il film parlante abolirà il teatro”, che il cinema si deve liberare della letteratura e immergersi nella musica…

<<  Io dico la musica che parla a tutti senza parole, la musica che s’esprime coi suoni e di cui essa, la cinematografia, potrà essere il linguaggio visivo. Ecco: pura musica e pura visione. I due sensi estetici per eccellenza, l’occhio e l’udito, uniti in un godimento unico: gli occhi che vedono, l’orecchio che ascolta, e il cuore che sente tutta la bellezza e la varietà dei sentimenti, che i suoni esprimono, rappresentate nelle immagini che questi sentimenti suscitano ed evocano, sommovendo il subcosciente che è in tutti, immagini impensate, che possono esser terribili come negli incubi, misteriose e mutevoli come nei sogni, in vertiginosa successione o blande e riposanti, col movimento stesso del ritmo musicale. Cinematografia, ecco il nome della vera rivoluzione: linguaggio visibile della musica.  >>

Nella produzione di un film il regista non sempre si rifà ad un autore o ad un modello ben preciso, ma è sicuramente grazie all’apporto della letteratura e di autori come Pirandello, che si è giunti a tecniche di ripresa in grado di rappresentare come reale ciò che reale non è e, soprattutto, a costruire un personaggio con il quale ogni uomo può identificarsi.

Martin Scorsese è uno dei registi che, probabilmente senza consapevolezza, si rifà alla lezione pirandelliana.
Nato a Flushing (Long Island), da genitori entrambi operai ed entrambi figli di immigrati siciliani arrivati negli Usa nel 1910, viene istruito secondo i principi della morale cattolica. A 14 anni, sente la vocazione ed entra in seminario, ma cambia immediatamente idea dopo sei mesi. Continua la sua istruzione scolastica iscrivendosi alla New York University, che lo formerà cinematograficamente.
Golden Globe, Oscar, César, David; non c'è premio che non gli sia stato conferito. Considerato un autore sacro e appassionato, ma anche passionario, Scorsese si distinse originariamente per la bizzarria con la quale colpiva lo stomaco dello spettatore, costruendo una filmografia da adorare, un cinema delle solitudini laceranti, un cinema sulle ossessioni, sulle pulsioni autodistruttive.
È senza dubbio uno dei più grandi regista contemporanei.

Uno dei suoi film nel quale è possibile rintracciare caratteristiche prettamente pirandelliane è “Shutter Island”, da lui diretto e prodotto nel 2010.
La trama, complessa ed avvincente, nonché ricca di diversi livelli di lettura, è la riduzione cinematografica dell’omonimo romanzo dello scrittore Dennis Lehane. In confronto al macrocosmo nel quale solitamente getta lo spettatore, quello di Shutter Island è un relativamente piccolo anfratto della mente, nel quale il regista sfrutta l'impianto del thriller per parlare e rappresentare visivamente i recessi più oscuri del cervello, dove si annidano sogni e speranze, traumi e violenza.
Il film è ambientato nel 1954 e racconta la vicenda di due agenti federali, Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo) che sbarcano a Shutter Island, un'isola a largo delle coste del New England interamente adibita a manicomio criminale, per risolvere il caso di una paziente di nome Rachel Soldano (Emily Mortimer) scomparsa misteriosamente. A causa di una violenta tempesta Daniels, che vorrebbe rientrare a Boston per redigere un rapporto contro l'atteggiamento del dottor Cawley, il direttore del manicomio, non può abbandonare l'isola ed costretto a continuare l'indagine. In un crescendo claustrofobico di paranoia Daniels, che è vittima di emicranie e di incubi ricorrenti, si trova ad indagare sull'intera struttura ospedaliera di Shutter Island, cominciando a dubitare di tutto e di tutti.
Per analizzare correttamente la pellicola è necessario scomporre i suoi molteplici strati, la cui superficie più esterna è costituita dalla trama, propria del romanzo stesso di Lehane, ed ha un impianto narrativo classico e tendenzialmente lineare. Intorno a questo soggetto, quindi, Scorsese costruisce un film dalla struttura formalmente assai classica che parte da un enigma, si sviluppa in un'indagine e termina con un epilogo chiarificatore, senza lasciare nulla al caso. La progressione narrativa offre un'alternanza dei ritmi e dei tempi che preparano le atmosfere, dalla vaga suggestione gotica, la caratterizzazione del protagonista intorno al quale ruota l'intera vicenda, le pause di riflessione e i momenti di azione, la costellazione di indizi e la soluzione dell'enigma.
Tuttavia sarebbe riduttivo arrestarsi a questo primo stadio di lettura, poiché, nonostante l’epilogo si possa intuire già a metà film da uno spettatore più attento, Scorsese è in grado di rielaborare l’ordinario e di trasformarlo in qualcosa di straordinario; di costruire un lavoro equilibrato, la cui armonia e completezza garantiscono un ritmo narrativo in continuo crescendo, che permette alla regia di creare una tensione costante ed un'angoscia palpabile sul pubblico. In questa dimensione estetica la sua regia si può analizzare sotto due differenti profili. Il primo riguarda le scelte tecniche volte a coinvolgere lo spettatore, calandolo nella suggestione delle atmosfere tetre ed angoscianti. Il secondo profilo è invece di carattere più prettamente simbolico: la regia sposa la storia narrata valorizzandola attraverso il ricorso agli archetipi propri di quella simbologia, che permea l'intero tessuto narrativo, e li accompagna con dei movimenti di camera che si rendono interpreti delle situazioni vissute dai personaggi.
Martin Scorsese è sempre stato un regista creativo ed innovativo, la cui arte si è districata nel corso degli anni, passando di opera in opera, ricercando nuovi modelli narrativi, capaci di uscire dalla gabbia degli schemi classici e atti a valorizzare ai massimi livelli il talento creativo del regista, che fossero un tramite emotivo diretto fra la storia che si racconta e il pubblico. Egli alterna con sapienza inquadrature panoramiche e campi lunghi a lente soggettive che introducono il protagonista, e il pubblico con lui, all'interno degli ambienti. In questo caso l'angolo dell'inquadratura è sempre spostato dal basso verso l'alto, suggerendo così un senso di incombenza e di minaccia tanto dei luoghi quanto delle persone e rafforzando il senso di claustrofobia già insito nelle scenografie.
Analizzando il film sul piano del significato, il mondo che Teddy Daniels sembrerebbe scoprire a Shutter Island, non è quello formato da una società bigotta e moralista, bensì un girone dell'inferno in cui il governo porta avanti esperimenti segreti sull'essere umano, nascondendosi dietro la facciata di un ospedale psichiatrico criminale. Gli elementi che entrano in gioco sono tantissimi: l'eugenetica, il nazismo, il comunismo, la scienza che assurge a religione, il lavaggio del cervello, la manipolazione delle coscienze. Quello che resta, però, una volta svelato il mistero è un altro elemento: la dicotomia fra la realtà e la percezione della stessa.
Il percorso cui Scorsese invita lo spettatore attraverso l'indagine svolta da Teddy Daniels è un viaggio all'interno di un labirinto di paure.
Così come Freud spiegava la divisione della psiche umana in conscio, preconscio e inconscio attraverso l'immagine dell'iceberg in cui la parte emersa, visibile a tutti, è il conscio, la linea di galleggiamento è il preconscio e la parte sommersa, la più ampia ed imperscrutabile, è l'inconscio; nel film Laddies, la nemesi di Daniels, si nasconde nell'impenetrabile blocco C, una fortezza situata in cima alla scogliera, con interni tetri, imperscrutabili e labirintici: come una forma di protezione dell'intima identità dell'individuo.
Un altro simbolo chiave del film è rappresentato dal faro, fonte di luce che avverte i naviganti dell'incombente pericolo e spezza l'inganno del buio della notte; non è un caso che la soluzione degli enigmi che tormentano Daniels si celi al suo interno. Esso si trova a livello del mare, ossia è sul limen fra l'inconscio e il conscio, non è solo una luce nelle tenebre, ma è un filtro, la transizione fra le due istanze psichiche.

Attraverso una ricerca visiva accuratissima, Martin Scorsese sposa la storia narrata con le immagini. La suggestione è coronata da una vastità di dettagli che spaziano dalle visioni cimiteriali ad una cripta che diviene riparo nella tempesta, alle luci che sono così bianche da accecare, al sangue di un rosso vermiglio, così tipico della filmografia di Scorsese, che si alterna al rosso delle fiamme e al grigio della cenere, saloni austeri e ricchi di decori cupi estremamente gotici, sotterranei umidi e minacciosi dalla struttura labirintica, catene e celle comuni in cui i pazienti sono imprigionati completamente nudi, una scala a chiocciola che conduce alla verità. I flashback si confondono in deliri onirici di una forza straordinaria, dove la leggerezza dei fogli che svolazzano nella stanza del colonnello delle SS di Dachau è immediatamente compensata dal dettaglio di un piede che schiaccia a terra una pistola, dove il dolore per la perdita della moglie si compensa in un abbraccio languido, l'orrore dell'omicidio si cancella nel sorriso di un'apparenza di normalità quotidiana, così artefatta quanto lo è il fumo che viene riassorbito dalla sigaretta che lo sprigiona. Una suggestione “gotica” mai fine a se stessa e ricca di indizi.
Ma non è alla prevedibile soluzione dell'enigma, che Scorsese vuole condurre lo spettatore, né al troppo facile ribaltamento dei ruoli in base al quale tutti coloro che appaiono essere dei mostri in realtà sono solo delle persone che stanno facendo di tutto per aiutare il protagonista.
La terapia psicanalitica ha avuto successo e Daniels ormai ha preso coscienza di sé e del proprio passato. I medici hanno conseguito il loro scopo istituzionale, ossia guarire il paziente. Il cervellotico “gioco di ruolo” creato dal dottor Cawley ha funzionato ed ha obbligato l'Io del paziente ad ammettere ciò che si era nascosto nei meandri del suo Es. Ma Daniels non accetta la propria guarigione: egli si definisce un mostro per non essere stato capace di comprendere a fondo lo stato psicologico della moglie e si fa carico della responsabilità della morte dei suoi figli, benché non sia stato lui ad ucciderli. In realtà egli non si è macchiato di un crimine come quello che già si rimprovera per la strage dei nazisti nel campo di Dachau. Egli ha ucciso sua moglie, ma non l'ha assassinata, l'ha liberata o,  in un'ottica più confacente al quel determinato contesto storico e culturale, l'ha giustiziata. La guarigione lo obbliga ad accettare quella realtà senza più rifugiarsi all'interno di un labirinto di paure e di menzogne. Ma il dolore per lui è insopportabile, al punto di fingersi ancora malato e di sottoporsi ad un intervento di lobotomia, che in questo caso si profila come una rimozione chirurgica della sofferenza. In questa ottica la verità non è un bene e la cura stessa è un male.
La cura comporta l'accettazione di una realtà che il paziente rifiuta e così si trasforma in violenza psichica, in gabbia per l'essere straordinario che deve essere ricondotto all'ordinario, il soccombere della fantasia di fronte alla realtà, conformazione dell'anticonformista, riconduzione del diverso all'uguaglianza.
Alla fine l'indagine compiuta da Scorsese è quella sulla dicotomia fra la realtà e il modo in cui essa è percepita e filtrata.
Il mondo visto da un folle è forse meno reale di quel mondo che vedono le persone "normali"?
Scorsese indaga sulle lacerazioni interne all'animo dell'uomo prodotte dalla necessità di dover scegliere fra ciò che si desidera e ciò che si deve fare, fra il bene e il male, fra il giusto e lo sbagliato. L'uomo è combattuto, dilaniato e sofferente.
La lobotomia è una sconfitta per i medici, ma è la scelta di Daniels. E qui è in gioco un principio etico superiore: il diritto di disporre di se stessi. Il diritto di scelta del paziente è stato violato dai medici che lo hanno obbligato a guarire. L'uomo non ha più il diritto di scegliere che cosa sia meglio o peggio per lui: è la società ad imporgli quello che essa reputa essere la cosa migliore.

L’enorme contributo di Pirandello si riscontra proprio facendo l’analisi di una pellicola. Nel caso di “Shutter Island”, ad esempio, è possibile rintracciare analogie sia con le tecniche narrative utilizzate dallo scrittore agrigentino, sia con le tematiche da lui trattate nelle sue opere.
Dal punto di vista della tecnica la somiglianza si può riscontrare, prima di tutto, nelle inquadrature, tendenti ai primi piani e alle riprese dal particolare ad una visione più generale dell’ambiente; inoltre, nel vasto utilizzo del monologo, che avviene ad alta voce ma ha le medesime caratteristiche del monologo interiore dei personaggi pirandelliani.
Analizzando il piano del significato, è possibile mettere in evidenza soprattutto due tematiche, molto care a Pirandello e che vengono fuori nel film in maniera a dir poco lapalissiana, ossia il conflitto realtà-apparenza e la follia, due motivi tra loro interdipendenti, riscontrabili principalmente in due sue opere: “Uno, nessuno, centomila” e “Enrico IV”.
Il conflitto realtà-apparenza rappresenta il filo conduttore del film e del romanzo “Uno, nessuno, centomila”.
Vitangelo Moscarda mette in dubbio se stesso così come Teddy Daniels inizia a dubitare di sé, confinando così entrambi, in maniera diversa, con la pazzia.
 
“la realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto. […] Io mi costruisco di continuo e vi costruisco, e voi fate altrettanto.”

Vitangelo Moscarda, prima di guardare, come se fosse la prima volta, la sua immagine riflessa, si era crogiolato nell’opinione che gli altri avevano di lui senza riflettere sull’enorme differenza tra ciò che si è realmente e ciò che si appare, arrivando a dubitare di essere “un” individuo, distruggendo tutti gli stereotipi creati su di lui e diventando un “nessuno” e giungendo alla conclusione che era “centomila”, perché ognuno, compreso egli stesso, avevano un’opinione diversa su chi lui fosse. Egli viene considerato pazzo nel momento in cui, per annientare le varie opinioni che tutti si erano fatti di lui, compie degli atti, più o meno clamorosi, totalmente fuori dagli schemi entro i quali egli aveva vissuto fino a quel momento.
Teddy Daniels crede di essere “un” agente federale mandato sull’isola per risolvere il caso, ma, procedendo con le indagini, inizia a dubitare di sè e, in preda alla confusione, perde se stesso, diviene un “nessuno”, infine capisce di essere stato, e di essere, “centomila”, perché è stato un soldato liberatore a Dachau, un padre e marito affettuoso, un agente federale, un pazzo rinchiuso in un manicomio.
I tormentati pazienti dell'istituto sono presenze inquietanti la cui follia è spesso la visione più “lucida” della realtà con cui Teddy viene a contatto nel corso del film. Eppure, come fare a rimanere lucidi quando si è circondati da folli? Come poter essere certi di non aver varcato quella sottile linea che divide la sanità mentale dalla pazzia? 

Pirandello scrisse “Trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica di tutte le vostre costruzioni”.

Un prototipo di pazzo è fornito da Pirandello anche nella sua opera teatrale “Enrico IV”.
Così come il giovane nobile protagonista che, durante una cavalcata in maschera era caduto da cavallo mentre stava impersonando il  personaggio di Enrico IV e, battuta violentemente la testa, si era risvegliato credendo di essere veramente l’imperatore di Germania, assecondato da parenti ed amici, che allestiscono la sua villa come fosse la reggia del sovrano; così anche Teddy Daniels si è creato una doppia personalità per proteggersi dalle brutalità commesse.
Il momento in cui il dottor Genoni decide di inscenare una farsa per far rendere conto al protagonista di non essere Enrico IV, è paragonabile al gioco di ruolo che il dottor Sheehan crea per far tornare alla realtà Daniels, ossia Andrew Laeddis.



L’Enrico IV è un testo molto denso, che esprime la convinzione che tutti siano pazzi e che la pazzia sia una scelta quasi obbligata dalla necessità di avere un posto in un mondo che non è fatto per noi : non a caso Enrico IV affermerà, parlando con i suoi servitori, di aver finto di essere ancora pazzo perché, rinsavito, aveva scoperto amaramente di essere arrivato “con una fame da lupo ad un banchetto già bell’e sparecchiato”, riferendosi a quei dodici anni mai esistiti per lui e goduti dagli altri . La decisione, dunque, di ritornare nel limbo - prigione della pazzia è dettata dalla constatazione che nel mondo non c’è più posto per lui . Enrico IV, così, si può leggere come la tragedia dell’emarginazione umana in un alternarsi conscio di finzioni che coinvolge lo spettatore come di fronte ad un gioco di specchi .
Allo stesso modo anche Andrew Laeddis decide di rimanere Teddy Daniels. L’ultima battuta da lui pronunciata è: "Cosa sarebbe peggio: vivere da mostro o morire da persona per bene?"

14 commenti:

  1. Il Cinema ha la grandissima capacità di metabolizzare tutte le arti sinora inventate: letteratura, musica, pittura, fotografia, architettura, teatro, recitazione. E non le mette assieme e basta, produce un'alchimia particolarissima che colpisce tutto - mente, corpo, i cinque sensi, i sogni, il subconscio.
    Pirandello ha visto giusto, ma non c'è bisogno che lo dica :)!
    Sulla molteplicità degli aspetti dell'animo umano mi viene in mente uno dei primi film di Scorsese, Taxi Driver. La scena in cui il protagonista parla con l'altro sé allo specchio è magistrale. E poi, anche il resto del film, si muove sullo stesso tema: l'uomo da solo, l'uomo nel mondo, quanti aspetti ha?

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    1. Ho sentito parlare di Taxi Driver, ma non l'ho ancora visto.
      Il Cinema, ovviamente quello con la C maiuscola, offre delle visioni spettacolari e, come hai scritto anche tu, mette insieme le varie arti inventando un prodotto nuovo, ma che le contiene al suo interno!

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  2. Ehi? che hai scritto, la tesi? =D

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  3. Pure un'esperta di cinema sei Claudia!!
    Ma quante doti hai??.:)
    Saresti in grado di fare la critica cinematografica!!
    Un forte abbraccio pasquale!

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    1. Grazie Marta, mi fanno davvero piacere i tuoi complimenti!
      Ricambio l'abbraccio pasquale! ;)

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  4. Mi sono goduta tutta la tua bella recensione, molto brava davvero. Mai banale, e anche io avevo pensato a Pirandello vedendo questo film. Non mi è piaciuto devo dire, ma non per i contenuti in sè, quanto piuttosto perchè secondo me pecca di eccessiva spettacolarità. Mi spiego meglio, a vorte la trama mi è risultata un pò forzata, troppo forte la voglia di stupire oltre che far riflettere. E questo secondo me offusca un pò il bel senso che tu hai ricavato.
    Ad ogni modo sei sempre bravissima :)
    Buona pasqua e buone vacanze !

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  5. Aaaah ma che bellissima recensione, complimenti! Anche se ammetto di non aver visto il film, mi è molto piaciuto il tuo paragone con Pirandello, lui mi piace un sacco!
    Complimenti davvero per questo post :D
    E grazie per aver commentato il mio sfogo. Cerco di sopravvivere, insomma ;)
    Un bacio!

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  6. Sono facilissime da fare, una volta comprate le forme ci si mette un oretta scarsa ti assicuro :)
    Hai ragione quando dici che la vacanze di Pasqua ti illudono ! Domani devo tornare all'università e l'ho realizzato solo oggi pomeriggio quando ho ripreso per un paio d'ore i libri in mano. Che brutta cosa ! Cerchiamo di consolarci pensando che fra 25 aprile e primo maggio abbiamo modo di farci qualche mattinata in più di sonno !
    Immagino ti aspetti un bel periodo intenso adesso, mi raccomando tieni duro ! Simulazioni in vista ? Mi sa che non ti ho mai chiesto che scuola frequenti, lo faccio adesso, che scuola frequenti ? :)

    Dici bene per il film, non avrebbero sminuito affatto, rimane il punto però che Leonardo di Caprio mi ha davvero sorpreso. Bravissimo. E' cresciuto molto come attore, non so se hai visto anche il suo ultimo film, J edgar. Mi ha commossa !

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  7. Addirittura farti ricredere sull'amore ? mi fai commuovere :) non so cosa sia successo per perdere fiducia ma ricordati di prenderti il tuo tempo e liberarti di un pò di pregiudizi e poi buttati. Di solito ne vale la pena.
    E fare qualche pecorella aiuta :)
    Bello il Vittorio Emanuele ! Proprio in centro, mi ha sempre affascinata ! Io in realtà il liceo l'ho fatto a Latina (che cosa terribile ...) ma se fossi stata ancora a Palermo avrei frequentato quasi certamente il Garibaldi. I miei genitori si sono conosciuti lì e anche mia nonna l'ha frequentato quindi credo proprio che sia nel nostro dna :) anche se alcuni amici mi hanno raccontato che ultimamente è un pò in fase calante.
    Revolutionary road mi ha rapito totalmente, è tristissimo ma è mozzafiato. Abituati come siamo a pensare alla coppia Di Caprio-Winslet come i Romeo e Giulietta titani il tutto assume proporzioni tanto dissacranti da funzionare !
    Inception invece mi lascia un pò perplessa, lo trovo un pò troppo campato in aria anche se comunque lui è molto bravo e la trama è indubbiamente avvincente !

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  8. Bellissima e colta recensione degna di una maturanda...brava Claudia hai fatto un lavoro importante e molto bello da leggere. Concordo con quanto dice Veronica su Taxi driver, film datato che ricordo bene e che merita di essere visto e poi che dire: ho fatto la maturità l'anno che fra i temi c'era anche Pirandello che è stato un grande amore di quel periodo. Delle sue opere sapevo tutto e credo di aver visto gran parte delle sue commedie. Forse la novella: la signora Frola e il signor Ponza suo genero la sapevo quasi a memoria a forza di leggerla e qualche volta mi sono sentita Vitangelo Moscarda ma mai avevo pensato a Scorsese. Grazie per averlo proposto.

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    1. Grazie per i complimenti Anthea, sono contenta che ti sia piaciuta! :)

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  9. Ciao, scusami se ti disturbo. Ho letto questo tuo articolo per puro caso, mentre facevo ricerche per la tesina di maturità su internet. Spero che tu possa leggere il mio commento anche se vedo che la data della pubblicazione del tuo articolo è un po' vecchia.. Vorrei sapere se è possibile avere un recapito per contattarti, Facebook o la tua mail, avrei bisogno di qualche consiglio, se non ti dispiace!
    Spero vivamente di ricevere una tua risposta, grazie e buona serata

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