"Ero innamorata dell'amore, e ho fatto di tutto per sapere che cosa sia,ma a quanto pare la natura mi ha negato un cuore capace di amare, di soffrire pene d'amore. Più in là di un basso piacere io non posso andare..." (Stendhal, "La certosa di Parma")

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venerdì 7 febbraio 2014

Come leggere un libro in una settimana... si può??

Negli ultimi cinque anni ho letto più di un libro a settimana, senza ritardi o interruzioni. Sono sempre stato in anticipo sulla mia tabella di marcia. Vorrei che quest’anno lo facciate anche voi. Ecco come si fa.
Perché è importante leggere tanto
Ti fa sentire benissimo. Ti dà una quantità incredibile di idee. Ti aiuta a pensare in maniera più profonda. È meglio della tv e perfino di internet. Ti aiuta a capire il mondo. È il mattone che costruisce l’abitudine di portare a termine le cose. Vabbè, la faccio corta, fatelo e basta.
Perché decidere di leggere così tanti libri, perché non semplicemente “leggere di più”? Penso che avere un obiettivo irraggiungibile come un libro a settimana in realtà aiuta. Per fare un confronto, il corpo reagisce con forza alle grandi ferite, e usa molte energie per guarirle. Si cura meno invece delle piccole ferite, e di conseguenza i tempi di guarigione si allungano. Quindi darsi un obiettivo alto ti aiuterà ad affrontarlo con serietà.
Questo è il primo punto. Datevi un obiettivo irraggiungibile così da mettervi addosso un po’ di pressione.
Un giorno alla volta 
In media i libri che ho letto avevano 250-300 pagine. Alcuni erano più voluminosi, altri più sottili. Sono circa quaranta pagine al giorno, che leggo nelle prime ore della giornata. È un obiettivo ragionevole, che fa sembrare meno spaventosa la cifra di 52 libri all’anno. Questo è fondamentale per il vostro stato emotivo, e vi darà la sensazione che è fattibile.
Fatela diventare un’abitudine
In questo momento ho l’abitudine di svegliarmi, fare la doccia e poi fare colazione fuori: rimango seduto al bancone dello stesso bar, bevendo caffè, finché non ho letto le mie quaranta pagine. Ho scelto questo metodo perché non ho molta forza di volontà. Scommetto che molti di voi hanno lo stesso problema, e questo è un modo per trovare il posto giusto per ogni cosa.
Ah, un consiglio: leggete la mattina presto, il prima possibile. Come le pagine del mattino di cui si parla nel libro di Julia Cameron La via dell’artista e gli esercizi di Twyla Tharp (descritti qui), se non lo fate nelle prime ore della giornata, finirete per rimandare. Questo vale per tutte le abitudini: per farle funzionare devono essere inserite in una routine.
Sfruttate ogni momento
I pendolari possono usare il tempo degli spostamenti. Se avete una pausa pranzo, approfittatene. La libertà di poter aprire il libro in qualsiasi momento, e leggere anche solo due pagine, vi aiuterà a rimanere al passo con la lettura, cosa che diventerà il vostro punto di forza e vi darà una certa gratificazione. In più, portarsi avanti nella lettura vi permetterà di guadagnare tempo con i libri più impegnativi, su cui vale la pena soffermarsi di più.
Arrendersi va bene. Più o meno
Se un libro è poco interessante (o è troppo impegnativo), va bene metterlo da parte, per un po’. Nel frattempo ne cominciate un altro più breve, e poi lo riprendete in mano di tanto in tanto, finché non lo avrete letto tutto.
Io l’ho fatto diverse volte quest’anno, il che significa che ho cominciato tra i 60 e i 65 libri e ne ho finiti 54.
È permesso imbrogliare
La scadenza stringe e rischiate di rimanere indietro? È il momento di trovare una scappatoia. Scegliete un libro veloce, che magari avete già letto, o qualcosa di piacevole e leggero.
“Sì, ma questo è imbrogliare”, potreste obiettare. Sono d’accordo. Ma un inganno a breve termine per riuscire a farcela a lungo termine è più importante dell’idea che dobbiamo solo leggere libri come Guerra e pace. Non è così. Lo scopo è migliorarsi la vita, non sentirsi degli incapaci.
A proposito, anche i libri brevi possono essere incredibili. Ecco alcuni libri piccoli ma grandiosi: Basta!Instant leadershipAlla ricerca di un significato della vitaVagabondingLe anime del popolo nero.
Non rimanete indietro
Non “fate debiti con voi stessi” e non prendete tempo, pensando di poter recuperare in seguito. La scadenza settimanale vi aiuterà a mantenere il passo con il vostro obiettivo: rimanere indietro, invece, potrebbe farvi dubitare del fatto di potercela fare e, alla fine, spingervi a mollare.
In conclusione
Leggere mi ha reso una persona migliore, più completa e più felice. I libri contengono tutta la saggezza del mondo. Se decidete di provare, questa sfida può davvero aiutarvi a crescere. Quindi cominciate oggi stesso.
(traduzione di Caterina Benincasa), tratto da qui.
Julien Smith è l’amministratore delegato di Breather, un’azienda che affitta spazi on-demand. Il suo ultimo libro è The Flinch. Questo articolo è uscito su Medium con il titolo How to read a book a week.


Concordo con molti dei punti della signora Smith, tuttavia ritengo che non sia così facile intercalarlo nel tran tran quotidiano... anche perchè, per quel che personalmente mi riguarda, quando il libro mi coinvolge faccio di tutto per finirlo, per cui, il limite delle 40 pagine, sebbene ovviamente sia spostabile e puramente indicativo, non credo riuscirei a rispettarlo. Anzi, mi mette in difficoltà il fatto stesso di dovere avere un limite nella lettura che per me ha rappresentato e rappresenta un mezzo di evasione dal quotidiano in una dimensione con una libertà assoluta!

Mi vengono in mente i dieci diritti del lettore tratti da "Come un romanzo" di Pennac, che trovo sicuramente più congeniali alla mia persona, più veritieri e meno "utilitaristici".



venerdì 6 aprile 2012

Quel che Martin Scorsese deve a Pirandello



Prima del Novecento l’uomo aveva focalizzato prevalentemente la sua attenzione sul rapporto tra se stesso e il mondo esterno, senza mai porsi una domanda essenziale: “Chi sono? Sono chi credo di essere o chi appaio?”
Un primo sviluppo del problema si riscontra nella letteratura e, in particolare, uno degli scrittori più attivi sul tema è stato Luigi Pirandello. Infatti, sin dall’inizio della sua attività critica egli ha colto, rappresentato e teorizzato la sua singolare coscienza delle molteplici sfaccettature dell’esperienza e del soggetto.
Questa rappresentazione poliedrica dell’interiorità dell’uomo viene ancor più concentrata con l’avvento del cinema, che, trasformandosi velocemente in una vera e propria industria, si diffonde in Europa e negli Stati Uniti, sviluppando continue sperimentazioni di generi, soggetti, linguaggi e tecniche.
Pirandello è forse tra i primi autori del diciannovesimo secolo a scrivere seriamente e con chiaroveggenza sull’aspetto nascente dell’industria cinematografica. Se egli inizialmente si schiera contro il “mostro cinematografico”, poiché lo considera un’arte che divora la realtà e rischia di divorare l’artista; in seguito ribalta la sua opinione affermando che è proprio grazie al cinema che si può arrivare in maniera più facile e completa ad una “visione del pensiero”. Egli sostiene, infatti, nel suo articolo “Se il film parlante abolirà il teatro”, che il cinema si deve liberare della letteratura e immergersi nella musica…

<<  Io dico la musica che parla a tutti senza parole, la musica che s’esprime coi suoni e di cui essa, la cinematografia, potrà essere il linguaggio visivo. Ecco: pura musica e pura visione. I due sensi estetici per eccellenza, l’occhio e l’udito, uniti in un godimento unico: gli occhi che vedono, l’orecchio che ascolta, e il cuore che sente tutta la bellezza e la varietà dei sentimenti, che i suoni esprimono, rappresentate nelle immagini che questi sentimenti suscitano ed evocano, sommovendo il subcosciente che è in tutti, immagini impensate, che possono esser terribili come negli incubi, misteriose e mutevoli come nei sogni, in vertiginosa successione o blande e riposanti, col movimento stesso del ritmo musicale. Cinematografia, ecco il nome della vera rivoluzione: linguaggio visibile della musica.  >>

Nella produzione di un film il regista non sempre si rifà ad un autore o ad un modello ben preciso, ma è sicuramente grazie all’apporto della letteratura e di autori come Pirandello, che si è giunti a tecniche di ripresa in grado di rappresentare come reale ciò che reale non è e, soprattutto, a costruire un personaggio con il quale ogni uomo può identificarsi.

Martin Scorsese è uno dei registi che, probabilmente senza consapevolezza, si rifà alla lezione pirandelliana.
Nato a Flushing (Long Island), da genitori entrambi operai ed entrambi figli di immigrati siciliani arrivati negli Usa nel 1910, viene istruito secondo i principi della morale cattolica. A 14 anni, sente la vocazione ed entra in seminario, ma cambia immediatamente idea dopo sei mesi. Continua la sua istruzione scolastica iscrivendosi alla New York University, che lo formerà cinematograficamente.
Golden Globe, Oscar, César, David; non c'è premio che non gli sia stato conferito. Considerato un autore sacro e appassionato, ma anche passionario, Scorsese si distinse originariamente per la bizzarria con la quale colpiva lo stomaco dello spettatore, costruendo una filmografia da adorare, un cinema delle solitudini laceranti, un cinema sulle ossessioni, sulle pulsioni autodistruttive.
È senza dubbio uno dei più grandi regista contemporanei.

Uno dei suoi film nel quale è possibile rintracciare caratteristiche prettamente pirandelliane è “Shutter Island”, da lui diretto e prodotto nel 2010.
La trama, complessa ed avvincente, nonché ricca di diversi livelli di lettura, è la riduzione cinematografica dell’omonimo romanzo dello scrittore Dennis Lehane. In confronto al macrocosmo nel quale solitamente getta lo spettatore, quello di Shutter Island è un relativamente piccolo anfratto della mente, nel quale il regista sfrutta l'impianto del thriller per parlare e rappresentare visivamente i recessi più oscuri del cervello, dove si annidano sogni e speranze, traumi e violenza.
Il film è ambientato nel 1954 e racconta la vicenda di due agenti federali, Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo) che sbarcano a Shutter Island, un'isola a largo delle coste del New England interamente adibita a manicomio criminale, per risolvere il caso di una paziente di nome Rachel Soldano (Emily Mortimer) scomparsa misteriosamente. A causa di una violenta tempesta Daniels, che vorrebbe rientrare a Boston per redigere un rapporto contro l'atteggiamento del dottor Cawley, il direttore del manicomio, non può abbandonare l'isola ed costretto a continuare l'indagine. In un crescendo claustrofobico di paranoia Daniels, che è vittima di emicranie e di incubi ricorrenti, si trova ad indagare sull'intera struttura ospedaliera di Shutter Island, cominciando a dubitare di tutto e di tutti.
Per analizzare correttamente la pellicola è necessario scomporre i suoi molteplici strati, la cui superficie più esterna è costituita dalla trama, propria del romanzo stesso di Lehane, ed ha un impianto narrativo classico e tendenzialmente lineare. Intorno a questo soggetto, quindi, Scorsese costruisce un film dalla struttura formalmente assai classica che parte da un enigma, si sviluppa in un'indagine e termina con un epilogo chiarificatore, senza lasciare nulla al caso. La progressione narrativa offre un'alternanza dei ritmi e dei tempi che preparano le atmosfere, dalla vaga suggestione gotica, la caratterizzazione del protagonista intorno al quale ruota l'intera vicenda, le pause di riflessione e i momenti di azione, la costellazione di indizi e la soluzione dell'enigma.
Tuttavia sarebbe riduttivo arrestarsi a questo primo stadio di lettura, poiché, nonostante l’epilogo si possa intuire già a metà film da uno spettatore più attento, Scorsese è in grado di rielaborare l’ordinario e di trasformarlo in qualcosa di straordinario; di costruire un lavoro equilibrato, la cui armonia e completezza garantiscono un ritmo narrativo in continuo crescendo, che permette alla regia di creare una tensione costante ed un'angoscia palpabile sul pubblico. In questa dimensione estetica la sua regia si può analizzare sotto due differenti profili. Il primo riguarda le scelte tecniche volte a coinvolgere lo spettatore, calandolo nella suggestione delle atmosfere tetre ed angoscianti. Il secondo profilo è invece di carattere più prettamente simbolico: la regia sposa la storia narrata valorizzandola attraverso il ricorso agli archetipi propri di quella simbologia, che permea l'intero tessuto narrativo, e li accompagna con dei movimenti di camera che si rendono interpreti delle situazioni vissute dai personaggi.
Martin Scorsese è sempre stato un regista creativo ed innovativo, la cui arte si è districata nel corso degli anni, passando di opera in opera, ricercando nuovi modelli narrativi, capaci di uscire dalla gabbia degli schemi classici e atti a valorizzare ai massimi livelli il talento creativo del regista, che fossero un tramite emotivo diretto fra la storia che si racconta e il pubblico. Egli alterna con sapienza inquadrature panoramiche e campi lunghi a lente soggettive che introducono il protagonista, e il pubblico con lui, all'interno degli ambienti. In questo caso l'angolo dell'inquadratura è sempre spostato dal basso verso l'alto, suggerendo così un senso di incombenza e di minaccia tanto dei luoghi quanto delle persone e rafforzando il senso di claustrofobia già insito nelle scenografie.
Analizzando il film sul piano del significato, il mondo che Teddy Daniels sembrerebbe scoprire a Shutter Island, non è quello formato da una società bigotta e moralista, bensì un girone dell'inferno in cui il governo porta avanti esperimenti segreti sull'essere umano, nascondendosi dietro la facciata di un ospedale psichiatrico criminale. Gli elementi che entrano in gioco sono tantissimi: l'eugenetica, il nazismo, il comunismo, la scienza che assurge a religione, il lavaggio del cervello, la manipolazione delle coscienze. Quello che resta, però, una volta svelato il mistero è un altro elemento: la dicotomia fra la realtà e la percezione della stessa.
Il percorso cui Scorsese invita lo spettatore attraverso l'indagine svolta da Teddy Daniels è un viaggio all'interno di un labirinto di paure.
Così come Freud spiegava la divisione della psiche umana in conscio, preconscio e inconscio attraverso l'immagine dell'iceberg in cui la parte emersa, visibile a tutti, è il conscio, la linea di galleggiamento è il preconscio e la parte sommersa, la più ampia ed imperscrutabile, è l'inconscio; nel film Laddies, la nemesi di Daniels, si nasconde nell'impenetrabile blocco C, una fortezza situata in cima alla scogliera, con interni tetri, imperscrutabili e labirintici: come una forma di protezione dell'intima identità dell'individuo.
Un altro simbolo chiave del film è rappresentato dal faro, fonte di luce che avverte i naviganti dell'incombente pericolo e spezza l'inganno del buio della notte; non è un caso che la soluzione degli enigmi che tormentano Daniels si celi al suo interno. Esso si trova a livello del mare, ossia è sul limen fra l'inconscio e il conscio, non è solo una luce nelle tenebre, ma è un filtro, la transizione fra le due istanze psichiche.

Attraverso una ricerca visiva accuratissima, Martin Scorsese sposa la storia narrata con le immagini. La suggestione è coronata da una vastità di dettagli che spaziano dalle visioni cimiteriali ad una cripta che diviene riparo nella tempesta, alle luci che sono così bianche da accecare, al sangue di un rosso vermiglio, così tipico della filmografia di Scorsese, che si alterna al rosso delle fiamme e al grigio della cenere, saloni austeri e ricchi di decori cupi estremamente gotici, sotterranei umidi e minacciosi dalla struttura labirintica, catene e celle comuni in cui i pazienti sono imprigionati completamente nudi, una scala a chiocciola che conduce alla verità. I flashback si confondono in deliri onirici di una forza straordinaria, dove la leggerezza dei fogli che svolazzano nella stanza del colonnello delle SS di Dachau è immediatamente compensata dal dettaglio di un piede che schiaccia a terra una pistola, dove il dolore per la perdita della moglie si compensa in un abbraccio languido, l'orrore dell'omicidio si cancella nel sorriso di un'apparenza di normalità quotidiana, così artefatta quanto lo è il fumo che viene riassorbito dalla sigaretta che lo sprigiona. Una suggestione “gotica” mai fine a se stessa e ricca di indizi.
Ma non è alla prevedibile soluzione dell'enigma, che Scorsese vuole condurre lo spettatore, né al troppo facile ribaltamento dei ruoli in base al quale tutti coloro che appaiono essere dei mostri in realtà sono solo delle persone che stanno facendo di tutto per aiutare il protagonista.
La terapia psicanalitica ha avuto successo e Daniels ormai ha preso coscienza di sé e del proprio passato. I medici hanno conseguito il loro scopo istituzionale, ossia guarire il paziente. Il cervellotico “gioco di ruolo” creato dal dottor Cawley ha funzionato ed ha obbligato l'Io del paziente ad ammettere ciò che si era nascosto nei meandri del suo Es. Ma Daniels non accetta la propria guarigione: egli si definisce un mostro per non essere stato capace di comprendere a fondo lo stato psicologico della moglie e si fa carico della responsabilità della morte dei suoi figli, benché non sia stato lui ad ucciderli. In realtà egli non si è macchiato di un crimine come quello che già si rimprovera per la strage dei nazisti nel campo di Dachau. Egli ha ucciso sua moglie, ma non l'ha assassinata, l'ha liberata o,  in un'ottica più confacente al quel determinato contesto storico e culturale, l'ha giustiziata. La guarigione lo obbliga ad accettare quella realtà senza più rifugiarsi all'interno di un labirinto di paure e di menzogne. Ma il dolore per lui è insopportabile, al punto di fingersi ancora malato e di sottoporsi ad un intervento di lobotomia, che in questo caso si profila come una rimozione chirurgica della sofferenza. In questa ottica la verità non è un bene e la cura stessa è un male.
La cura comporta l'accettazione di una realtà che il paziente rifiuta e così si trasforma in violenza psichica, in gabbia per l'essere straordinario che deve essere ricondotto all'ordinario, il soccombere della fantasia di fronte alla realtà, conformazione dell'anticonformista, riconduzione del diverso all'uguaglianza.
Alla fine l'indagine compiuta da Scorsese è quella sulla dicotomia fra la realtà e il modo in cui essa è percepita e filtrata.
Il mondo visto da un folle è forse meno reale di quel mondo che vedono le persone "normali"?
Scorsese indaga sulle lacerazioni interne all'animo dell'uomo prodotte dalla necessità di dover scegliere fra ciò che si desidera e ciò che si deve fare, fra il bene e il male, fra il giusto e lo sbagliato. L'uomo è combattuto, dilaniato e sofferente.
La lobotomia è una sconfitta per i medici, ma è la scelta di Daniels. E qui è in gioco un principio etico superiore: il diritto di disporre di se stessi. Il diritto di scelta del paziente è stato violato dai medici che lo hanno obbligato a guarire. L'uomo non ha più il diritto di scegliere che cosa sia meglio o peggio per lui: è la società ad imporgli quello che essa reputa essere la cosa migliore.

L’enorme contributo di Pirandello si riscontra proprio facendo l’analisi di una pellicola. Nel caso di “Shutter Island”, ad esempio, è possibile rintracciare analogie sia con le tecniche narrative utilizzate dallo scrittore agrigentino, sia con le tematiche da lui trattate nelle sue opere.
Dal punto di vista della tecnica la somiglianza si può riscontrare, prima di tutto, nelle inquadrature, tendenti ai primi piani e alle riprese dal particolare ad una visione più generale dell’ambiente; inoltre, nel vasto utilizzo del monologo, che avviene ad alta voce ma ha le medesime caratteristiche del monologo interiore dei personaggi pirandelliani.
Analizzando il piano del significato, è possibile mettere in evidenza soprattutto due tematiche, molto care a Pirandello e che vengono fuori nel film in maniera a dir poco lapalissiana, ossia il conflitto realtà-apparenza e la follia, due motivi tra loro interdipendenti, riscontrabili principalmente in due sue opere: “Uno, nessuno, centomila” e “Enrico IV”.
Il conflitto realtà-apparenza rappresenta il filo conduttore del film e del romanzo “Uno, nessuno, centomila”.
Vitangelo Moscarda mette in dubbio se stesso così come Teddy Daniels inizia a dubitare di sé, confinando così entrambi, in maniera diversa, con la pazzia.
 
“la realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto. […] Io mi costruisco di continuo e vi costruisco, e voi fate altrettanto.”

Vitangelo Moscarda, prima di guardare, come se fosse la prima volta, la sua immagine riflessa, si era crogiolato nell’opinione che gli altri avevano di lui senza riflettere sull’enorme differenza tra ciò che si è realmente e ciò che si appare, arrivando a dubitare di essere “un” individuo, distruggendo tutti gli stereotipi creati su di lui e diventando un “nessuno” e giungendo alla conclusione che era “centomila”, perché ognuno, compreso egli stesso, avevano un’opinione diversa su chi lui fosse. Egli viene considerato pazzo nel momento in cui, per annientare le varie opinioni che tutti si erano fatti di lui, compie degli atti, più o meno clamorosi, totalmente fuori dagli schemi entro i quali egli aveva vissuto fino a quel momento.
Teddy Daniels crede di essere “un” agente federale mandato sull’isola per risolvere il caso, ma, procedendo con le indagini, inizia a dubitare di sè e, in preda alla confusione, perde se stesso, diviene un “nessuno”, infine capisce di essere stato, e di essere, “centomila”, perché è stato un soldato liberatore a Dachau, un padre e marito affettuoso, un agente federale, un pazzo rinchiuso in un manicomio.
I tormentati pazienti dell'istituto sono presenze inquietanti la cui follia è spesso la visione più “lucida” della realtà con cui Teddy viene a contatto nel corso del film. Eppure, come fare a rimanere lucidi quando si è circondati da folli? Come poter essere certi di non aver varcato quella sottile linea che divide la sanità mentale dalla pazzia? 

Pirandello scrisse “Trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica di tutte le vostre costruzioni”.

Un prototipo di pazzo è fornito da Pirandello anche nella sua opera teatrale “Enrico IV”.
Così come il giovane nobile protagonista che, durante una cavalcata in maschera era caduto da cavallo mentre stava impersonando il  personaggio di Enrico IV e, battuta violentemente la testa, si era risvegliato credendo di essere veramente l’imperatore di Germania, assecondato da parenti ed amici, che allestiscono la sua villa come fosse la reggia del sovrano; così anche Teddy Daniels si è creato una doppia personalità per proteggersi dalle brutalità commesse.
Il momento in cui il dottor Genoni decide di inscenare una farsa per far rendere conto al protagonista di non essere Enrico IV, è paragonabile al gioco di ruolo che il dottor Sheehan crea per far tornare alla realtà Daniels, ossia Andrew Laeddis.



L’Enrico IV è un testo molto denso, che esprime la convinzione che tutti siano pazzi e che la pazzia sia una scelta quasi obbligata dalla necessità di avere un posto in un mondo che non è fatto per noi : non a caso Enrico IV affermerà, parlando con i suoi servitori, di aver finto di essere ancora pazzo perché, rinsavito, aveva scoperto amaramente di essere arrivato “con una fame da lupo ad un banchetto già bell’e sparecchiato”, riferendosi a quei dodici anni mai esistiti per lui e goduti dagli altri . La decisione, dunque, di ritornare nel limbo - prigione della pazzia è dettata dalla constatazione che nel mondo non c’è più posto per lui . Enrico IV, così, si può leggere come la tragedia dell’emarginazione umana in un alternarsi conscio di finzioni che coinvolge lo spettatore come di fronte ad un gioco di specchi .
Allo stesso modo anche Andrew Laeddis decide di rimanere Teddy Daniels. L’ultima battuta da lui pronunciata è: "Cosa sarebbe peggio: vivere da mostro o morire da persona per bene?"

mercoledì 8 febbraio 2012

30 giorni di libri!






Mi unisco all'iniziativa facebookiana, che per una volta merita attenzione, cercando di selezionare il libro che più risponda alla "domanda": ne ho già intravisto alcune e già sono in crisi perché non so quale libro scegliere, ognuno di essi, nel bene e nel male, ha avuto la sua importanza!


1) Il tuo libro preferito. 


"La Certosa di Parma", Stendhal. Ho avuto un'empatia istantanea con il protagonista, Fabrizio, che porto con me da allora.


2) La tua citazione preferita. 


"Aveva cominciato a sentire che l'amore di suo padre e si sua madre, e anche l'amore dell'amico suo, non avrebbero fatto per sempre la sua eterna felicità, non gli avrebbero dato la quiete, non l'avrebbero saziato, non gli sarebbero bastati. Aveva cominciato a sospettare che il suo degnissimo padre e gli altri suoi maestri gli avevano già impartito il più e il meglio della loro saggezza, avevano già versato interamente i loro vasi pieni nel suo recipiente in attesa, ma questo recipiente non s'era riempito, lo spirito non era soddisfatto, l'anima non era tranquilla, non placato il cuore."  


Tratta da "Siddharta", di Herman Hesse, mi sento molto rappresentata da queste parole.

3) Il tuo personaggio preferito di un libro che hai letto. 


Vitangelo Moscarda, di "Uno, nessuno, centomila" di Luigi Pirandello. Mi ricorda il periodo in cui ho messo in discussione tutto ciò che mi circondava, proprio come lui e, di molte cose, continuo ancora a dubitare e a riflettere, come ad esempio il fatto che quando parli io non mi possa vedere e che la gente magari mi vede diversa da come mi "sento" io... Mi fa impazzire questa cosa, o meglio tutte le riflessioni a cui giunge nel libro primo, capitolo VIII.


4) Il libro più brutto che tu abbia mai letto. 


"Il giovane Holden", di Salinger. In generale odio i romanzi di formazione perché non riescono ad aderire alla realtà in maniera pregnante e li ritengo solo frutto di un lavoro di scrittura, da parte degli adulti, per plasmare le menti dei piccoli individui, cosa che in sé è più che accettabile, ma non ne condivido affatto il modo!

5) Il libro più lungo che tu abbia mai letto. 



"La storia", di Elsa Morante, che peraltro trovo molto bello. In generale non mi spaventa se un libro è di mole consistente, anzi se lo scrittore è particolarmente bravo non mi dispiace affatto!


6) il libro più corto che tu abbia mai letto. 


"La mite", di Dostoevskij, un libro che mi ha colpito molto e che mi ha spinto a leggere altro del celeberrimo romanziere russo.


7) Il libro che ti descrive. 


Ho risposto alle precedenti domande in chiave molto personale, perciò non è difficile desumere una multi risposta da quelle precedenti ;)


8) Un libro che consiglieresti. 


"Il disagio della civiltà" di Freud, lo ritengo davvero interessante.


9) Un libro che ti ha fatto crescere. 


"L'alchimista" di Paulo Coelho, questo si che è un "romanzo di formazione" (forzo probabilmente un po' la sua natura) come si deve!


10) Un libro del tuo autore preferito. 


"Le operette morali", di Leopardi. Prosa che si fa vita, arte che diventa vita, un'analisi lucida del mondo e dei suoi mali!


11) Un libro che prima amavi e che ora odi. 


Nessun libro mi ha mai dato adito di essere odiato! Tra me e i libri intercorre una strada di non ritorno: o li amo, o li odio.


12) Un libro che non ti stancherai mai di rileggere. 


"Il ritratto di Dorian Grey", di Oscar Wilde.


13) Il libro che in questo momento hai sulla scrivania. (Sempre se ne hai uno :3) 


"Undici minuti", Paulo Coelho.

14) Il libro che stai leggendo in questo periodo. 



"L'eterno marito", Dostoevskij.


15) Apri il primo libro che ti capita tra le mani ad una pagina a caso e inserisci la foto e la prima frase che ti salta agli occhi. 

"Nell'universo reale, però, non dicevano nulla..." Undici minuti", Coelho.

16) La tua copertina preferita.


Quella di "Orgoglio e pregiudizio", un regalo prezioso di una mia zia, a cui tengo molto. Purtroppo sono sprovvista di macchina fotografica al momento, comunque è rilegato e decorato mirabilmente!

17) Il personaggio con cui ti vorresti scambiare di posto per un giorno. 


Harry Potter, vorrei provare l'ebrezza di avere poteri magici e volare su una scopa!


18) Il primo libro che hai letto. 


"Piccole donne", cui è seguita tutta la serie! Altro romanzo di formazione sui generis!

19) Un libro il cui film ti ha deluso. 



"Moll Flanders", di Defoe: poco aderente alla trama!


20) Un libro dove hai ritrovato un personaggio che ti rappresentasse. 


Mi astengo dal rispondere a questa domanda!


21) Un libro che ti ha consigliato una persona importante per te. 


"Penny Parrish", della Lambert. Me l'ha consigliato la mia adorata zietta quando ero ancora piccina e mi ha fatto sognare di vivere in un "campus" americano dell'esercito con tutta la mia famiglia!

22) Un libro che hai letto da piccola. 



"Il Golem", di Meyrink.

23) Un libro che credevi fosse come la gente ne parlava e invece sei rimasta o delusa o colpita. 



"La solitudine dei numeri primi", di Paolo Giordano. Mi aspettavo un libro di un certo spessore e i capitoli iniziali promettevano bene, ma la fine mi ha lasciata delusa e amareggiata per la non avvenuta crescita dei protagonisti! (Se non si fosse ancora capito, tra l'altro, io sono per il lieto fine forever, quanto meno nella finzione!)

24) Il libro che ti fa fuggire dal mondo. 



"I Canti", di Leopardi.


25) Un libro che hai scoperto da poco. 


"I love shopping a New York", di Sophie Kinsella.

26) Un libro che conosci da sempre. 



"Cuore", di De Amicis.

27) Un libro che vorresti aver scritto. 


"L'Odissea", di Omero. 

28) Un libro che farai leggere ai tuoi figli. 



"L'occhio del lupo, di Pennac.

29) Un libro che devi ancora leggere. 



"Delitto e castigo", Dostoevskij. Non vedo l'ora di poterlo fare!!

30) Un libro che ti ha commosso. 



"Granny dan. La ballerina dello zar" della Steele.



sabato 21 gennaio 2012

La donna in gabbia

Era da tanto che rimandavo la stesura di questo post, ma approfitto dei cinque minuti di stasi per farlo, per adempiere l'impegno che mi sono presa.
Non so quanti di voi abbiano letto questo post, comunque riassumo in breve: i blogger interessati avevano la possibilità di ricevere un ebook gratis tra "La donna in gabbia" e "Blacklands" e, dopo averlo letto, dovevano fare la recensione sul proprio blog. Entrambi thriller, io ho scelto il primo.
Non sono una grande lettrice di questo genere, non perché non mi piaccia, ma semplicemente perché in questi ultimi anni ho fatto una grande scorpacciata di classici letterari e non ho avuto materialmente il tempo di leggere altro!
Che dire quindi di questo libro, il mio primo ebook, "La donna in gabbia"???
Primo romanzo dello scrittore danese Jussi Adler-Olsen, per il suo stile molto scorrevole e coinvolgente ha convinto la critica... e anche me (non ho intenzione di paragonarmi ad alcun critico ovviamente!).
Interessante l'intreccio tra piani temporali differenti: due storie che si svolgono in parallelo e che, per l'appunto, non cambiano solo il protagonista, ma anche la dimensione temporale.
Sono due i protagonisti del romanzo: Carl Morck, poliziotto un po' scorbutico ma geniale, che si ritrova a dirigere la sezione Q, sezione creata per risolvere tutti i casi del passato chiusi, ma irrisolti; Merete Lynngard, giovane donna parlamentare, con un promettente futuro in politica.
Il prologo che ci immette in una strana dimensione, che siamo in grado di capire un minimo solo se ci siamo degnati di leggere l'abstract, ma che comunque, anche senza averlo fatto ci fa entrare subito nell'indagine, perchè in fondo chi di noi, di fronte alla lettura di un giallo, non si improvvisa detective??
Dopodichè, attraverso i vari capitoli, inizia a svolgersi la storia vera e propria. Ci troviamo nel  2007 con Carl, che ha dei modi che ricordano un po' l'adorabile (si fa per dire!) Dottor House. Poi nel 2003 con Merete, che sembra condurre una vita normale, anche se il lettore, in ogni capitolo dedicato a lei, sta sul chi va là perché, da un momento all'altro, potrebbe succedere il peggio! 
Non voglio darvi altri dettagli, perché temo di far trapelare qualcosa sul colpevole e rovinerei così il piacere della lettura!
In definitiva, lo consiglio a chi piace il genere e anche a chi di solito non lo predilige, perchè non è il solito giallo, che indaga solo sul colpevole. Si avvia anche un processo di analisi e introspezione psicologica molto coinvolgente!












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martedì 10 gennaio 2012

Le città invisibili, Italo Calvino









Finalmente ho finito di leggere "Le città invisibili". Non dico "finalmente" perchè non mi sia piaciuto, ma semplicemente perché leggerlo è stato un parto, forse non è stato il libro adatto nel momento adatto.
Ho già pubblicato la mia micro-recensione sul sito di Anobii, ma mi sono praticamente sprecata!
La allego anche qua, per quanto riduttiva e per niente esaustiva!





"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio."



Come ha scritto anche Pasolini in un suo commento all'opera, Calvino non inventa nulla, tanto per inventare: semplicemente si concentra su un’impressione reale - uno dei tanti choc intollerabili, che meriggi o crepuscoli, mezze stagioni o canicole, ci causano negli angoli più impensati o più famigliari delle città note o ignote in cui viviamo - e, pur sentendolo in tutta la qualità struggente di sogno, lo analizza: i pezzi separati, smontati, di tale analisi, vengono riproiettati nel vuoto e nel silenzio cosmico in cui la fantasia ricostruisce, appunto, i sogni.

venerdì 6 gennaio 2012

Io e la lettura: ultimo bilancio sul 2011!



Prendo spunto da Chiara per scrivere il "resoconto librario" del 2011! Data la mia memoria cortissima, mi avvalerò della mia pagina su Anobii.

Quanti libri hai letto nel 2011?
Diciannove, per un totale di 4638 pagine XD

Quanti scrittori e quante scrittrici?
Tre donne, sedici uomini

Il miglior libro letto?
"La certosa di Parma", Stendhal.

E il più brutto?
"Marianna Sirca", Grazia Deledda.

Il libro più vecchio?
"Candido", Voltaire.

E il più recente?
"Memorie di Adriano", Marguerite Yourcenar.

Il libro con il titolo più lungo?
"Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde", Stevenson

Quello con il titolo più corto?
"La mite", Dostoevskij

Quanti libri hai riletto?
Due di Luigi Pirandello per entrare nello spirito del convegno pirandelliano al meglio!

Quali vorresti rileggere?
"La certosa di Parma", "La mite", "Le operette morali".

I libri più letti dello stesso autore quest'anno?
Ho letto tre libri di Pirandello.

Quanti sono stati scritti da autori italiani?
Cinque

Quanti sono stati presi in biblioteca?
Nessuno.

Quanti ebook?
Uno, "La donna in gabbia", che però sto leggendo seriamente solo ora!

giovedì 17 novembre 2011

BLOGGER DI TUTTA ITALIA: A VOI LA PAROLA!

Sei un blogger e ti piacciono i gialli e i thriller?
Allora sei la persona che stiamo cercando!

Vogliamo infatti proporti due straordinari romanzi polizieschi che abbiamo appena pubblicato, La donna in gabbia di Jussi Adler-Olsen eBlacklands di Belinda Bauer.
La donna in gabbia è il primo romanzo del giallista danese più venduto di sempre, autore di una serie da 5 milioni di copie in uscita in 30 paesi, mentre Blacklands è uno dei migliori esordi polizieschi britannici degli ultimi anni, l’unica opera prima capace di vincere il prestigioso Gold Dagger Award dal 1973.
Manderemo l’ebook di uno dei titoli a scelta ai primi 100 blogger che abbiano voglia di leggerli e di recensirli nel proprio blog.
Cosa devi fare per averli? Nulla, o quasi. Basta che dimostri di avere un blog attivo (aperto da almeno un anno e con almeno un post pubblicato a settimana) e ti impegni, appena ricevuto l’ebook a segnalare sul tuo blog che partecipi all’iniziativa, e una volta letto il romanzo a dedicargli un post con il tuo commento o giudizio di lettura.
Ti sembra una proposta allettante? E allora affrettati, prima che le copie vadano esaurite! Scrivici una mail a questo indirizzo, riportando l’url del tuo blog e quale dei due romanzi vorresti ricevere (l’ebook è in formato epub e protetto dai DRM di Adobe).

Io ho scelto "La donna in gabbia", ma anche l'altro mi sembrava molto interessante! Spero di dare l'input ad altri per partecipare all'iniziativa! Appena potrò inizierò a leggerlo e spero di farvi avere al più presto una recensione! 

venerdì 9 settembre 2011

"La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati."
E' questo ciò che dice Zeno Cosini nel capitolo finale del libro, Psico-analisi. Quanto più egli cerca di sbrogliare i fili della tela che è la vita, tanto più questi gli sfuggono. Desideroso dell'Ordine, è sommerso dal Caos, all'infantile ricerca di certezze che rende da sè irraggiungibili, con il suo porsi continue domande e il continuo mettersi in discussione. Alla ricerca del senso della vita si perde in quel senso dell' "infinito", che gli fa perdere la vera cognizione della realtà ed entro il quale, per non perdersi del tutto, fissa sempre l' "ultimo", come fa con la continua ultima sigaretta.

martedì 19 luglio 2011

Gita al faro, Virginia Woolf

"Esaminiamo per un momento una mente comune in un giorno comune. Essa riceve una miriade di impressioni- banali, fantastiche, evanescenti o scolpite da una punta d'acciaio- che le provengono da tutte le parti. E' come una pioggia incessante di atomi... Registriamo gli atomi così come essi cadono sulla mente e nell'ordine in cui cadono, tracciamo il disegno, per quanto sconnesso o incoerente sia all'apparenza, che ogni immagine o incidente incide sulla coscienza"... 
... "Se lo scrittore potesse basare il suo lavoro sui suoi sentimenti e non sulle convenzioni, non ci sarebbero più trame nè commedie, nè tragedie, nè storie d'amore, nè catastrofi, alla maniera precostituita. La vita non è una serie di lampioni piantati in forma simmetrica, è un alone luminoso semitrasparente che avvolge la nostra coscienza dall'inizio alla fine. E non è forse compito del romanziere saper rendere questa qualità fluttuante, inconoscibile, inafferrabile, con il minimo intervento di ciò che è sempre esterno ed estraneo?" 
Così espresse la sua visione della vita Virginia Woolf, in un articolo da lei scritto nel '19, "Modern Fiction". In "Gita al faro" tutto ruota intorno alla signora Ramsay, la cui presenza si avverte anche durante la sua assenza. Come si può non rimanere abbagliati alla vista del mare sotto il raggio ora breve ora lungo del Faro? E' quasi inevitabile sentirsi come il piccolo James: desiderare strenuamente di raggiungere quel Faro che, da lontano, sembra quasi un miraggio.

mercoledì 29 giugno 2011

La Certosa di Parma, Stendhal

Approfitto della mancanza di ispirazione per postare la mia recensione del libro di Stendhal, "La Certosa di Parma", visibile anche sul sito aNobii. 



"Ero innamorato dell'amore," scriveva [Fabrizio] alla duchessa, "e ho fatto di tutto per sapere che cosa sia,ma a quanto pare la natura mi ha negato un cuore capace di amare, di soffrire pene d'amore. Più in là di un basso piacere io non posso andare..." 
Come Gina, Clelia, come tutte le donne che compaiono nel romanzo, si rimane stregati dalla figura di Fabrizio del Dongo. E' un'agonia vissuta insieme a Gina quella di aspettare la sua liberazione dalla prigione, un'agonia vissuta insieme a Clelia quella di non potere godere appieno del suo amore... 
Lo stile di Henri Beyle, conosciuto da tutti come Stendhal, fonde realismo, storia, avventure fantasiose creando una storia che coinvolge dalla prima all'ultima pagina.

martedì 7 giugno 2011

Candide, Voltaire

"L'uomo è cattivo e infelice", diceva François-Marie Arouet, meglio conosciuto con il nome di Voltaire.
I viaggi costituiscono in proposito delle lezioni esemplari, perchè fanno vedere ovunque le testimonianze della malvagità umana e dell'infelicità.
E' ben evidente l'intento dell'autore nella composizione dell'opera: se ci si fermasse a un'interpretazione letterale, si potrebbe considerare il "Candido" una facezia letteraria, un'operetta che non si può propinare neanche a un bambino. Ma, considerando il contesto generale entro il quale si inserisce l'opera, si può apprezzare la forzata ironia e il tono polemico di cui si serve Voltaire.
Non è stato affatto il libro più bello che ho letto, anzi, a dir la verità, ne sono rimasta molto delusa. Inizio il tour delle letture estive davvero MALE... Spero di riprendermi! La mia lista (in teoria) promette bene, devo solo sperare che collimi con quella della mia prof!

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