"Ero innamorata dell'amore, e ho fatto di tutto per sapere che cosa sia,ma a quanto pare la natura mi ha negato un cuore capace di amare, di soffrire pene d'amore. Più in là di un basso piacere io non posso andare..." (Stendhal, "La certosa di Parma")

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lunedì 20 gennaio 2014

Think like a man

Questo post trae ispirazione dalle parole che mi sono state dette da un ragazzo: "mi fai più complicato di quanto non sia".
Da lì fiume in piena di pensieri, elucubrazioni mentali e, infine, la frase che è titolo del post, la quale mi ha fatto pensare, per non lasciare nulla scollegato, all'omonimo film visto all'incirca sei mesi fa.

Abbiamo sei amici, amanti del basket: Zeke, il tombeur de femmes, Michael, il cocco di mamma, Dominic, il sognatore, Jeremy, lo scapolo, Cedric, il divorziato e Bennet, il felicemente sposato. Quattro di loro, dovranno fare i conti con le rispettive compagne che stanno seguendo i preziosi consigli riportati in un volume dal titolo, "Act Like a Lady and Think Like a Man". Decisi a non lasciarsi raggirare, leggeranno il libro, che consiglia le donne a pensare come gli uomini... 
Basato sull'omonimo best seller di Steve Harvey, attore, intrattenitore radiofonico, che nel film, oltre che come produttore, compare nei panni di se stesso, Think like a man è una riuscita commedia romantica, che poggia su uno dei temi più frequentati dal cinema statunitense, a partire dalla screwball comedy, anche se in chiave contemporanea a multietnica. Cambiano i decenni, le situazioni, ma non le problematiche: la perenne lotta tra i sessi, le difficoltà a comprendersi, a trovare la propria anima gemella, l'incapacità di condividere sogni e necessità. Kristen, Lauren, Candace e Mya sono donne molto diverse tra loro, ma le accomuna la lettura di un manuale che dispensa consigli sui rapporti d'amore, che le invita a pensare e a seguire gli insegnamenti di un uomo, che conosce bene pregi e difetti dei propri consimili. (cit. Mymovies)

E' ben noto che "per costituzione" uomini e donne non riescono ad essere ben sintonizzati, specie in situazioni in cui nell'individuo dell'altro sesso si vede un possibile partner: è proprio a quel punto che la linea si interrompe e si brancola nel buio.
Credo sia comune a noi donne di farsi mille flash mentali su ogni singolo gesto, parola, atteggiamento, costruendo un castello che, spesso, si rivela di carte e che crolla con la stessa grazia elefantesca con cui lo si è costruito. 
Credo di aver capito che gli uomini, invece, siano molto più cristallini di ciò che noi pensiamo: dicono A? E' A. Non significa forse pensa B, ma fa C perchè di D si vergogna.

Il problema è che, nonostante noi donne abbiamo sì le nostre colpe di cattiva interpretazione a causa di una personalità spesso fin troppo analitica, gli uomini di oggi si mostrano spesso così fragili, incapaci di prendere una posizione, di farsi avanti, di impersonare la figura dell'Eroe che ha popolato l'immaginario collettivo per secoli. Questo gli conferisce un'aurea di debolezza prettamente "femminile" (sempre nell'immaginario e, soprattutto, nell'inconscio collettivo) che ha fatto sì da autorizzare noi giovani fanciulle, figlie di questo secolo, che vivono la vita da Eroine, da attribuire a ciò che rimane dell'uomo anche una parte del pensiero femminile, elucubrazioni mentali comprese!

Per ritornare nei ranghi e, cosa ben più importante, cercare di capirli, senza farci del male e soffrirne, dobbiamo cercare di imparare da quello che, sulla carta, l'uomo dice di essere: pensare, dire, fare A. 

E' logico che nel film, "galeotto fu il libro", le cose si risolvono perchè hanno questo filtro che permette ai protagonisti di avere una chiave di lettura pronta su quanto succede, noi povere persone REALI ci affidiamo semplicemente a noi stesse.

mercoledì 2 gennaio 2013

Ribelle, The Brave


"Alcuni dicono che il nostro destino è legato alla terra, che essa fa parte di noi quanto noi di essa. Altri dicono che il destino è intrecciato come un tessuto,cosicché il nostro destino ne incrocia molti altri. E' la cosa che cerchiamo di cambiare, o lottiamo per cambiare. Alcuni non lo trovano mai, ma ci sono quelli che vi sono guidati..."






Voglio inaugurare i post del 2013 con la recensione di un cartone animato visto ieri notte (eh sì per ora faccio la notturnista), per inaugurare la visione di dvd del nuovo anno.
Direi che mi è finita proprio bene perché sono abbastanza entusiasta del nuovo cartone della Disney, Ribelle- The brave, con una trama avvincente e coinvolgente che non mi aspettavo affatto!
Merida, la protagonista, dai capelli e dal carattere ribelle, è la primogenita del re Fergus e della regina Elinor.
Nonostante sia una principessa per nascita, ella ha un carattere totalmente diverso rispetto a quanto generalmente dettato dalla tradizione: ama le armi, l'avventura, la libertà e l'indipendenza; vuole essere la padrona della sua vita.
Quando i genitori le comunicano la notizia che dovrà sposarsi con uno degli eredi al trono degli altri regni perciò non la prende affatto bene e, a seguito di una gara di tiro con l'arco stabilita per aggiudicarsi la sua mano, lei stessa sbaraglia i pretendenti scatenando un putiferio e costringendola ad allontanarsi dal castello.
Durante il suo cammino incontra in mezzo al bosco una vecchietta intagliatrice che si rivela essere una strega, alla quale Merida chiede una pozione per convincere la madre che il suo destino è di sposare chi ama e non chi le venga imposto e che soprattutto vuole la sua libertà.
Torna al castello e fa mangiare un pezzetto di intruglio alla madre, ma le cose non vanno come la piccola, Ribelle, protagonista aveva premeditato.
Seguirà un confronto madre figlia tenero e appassionato, segnato dalle tappe di un percorso che portino la madre a riacquisire forma umana (non vi dico in cosa si trasforma per lasciare un po' di suspence), durante le quali l'una impara cose dall'altra e si rafforza il loro legame.

Riuscirà la madre, Elinor, a riprendere le sembianze umane? E Merida convincerà un intero popolo in merito al fatto che ognuno deve essere padrone del proprio destino?

Spero di avervi messo abbastanza curiosità da andarlo a scoprire!


"Alcuni dicono che al destino non si comanda, che il destino non è una cosa nostra; ma io so che non è così. Il nostro destino vive in noi, bisogna solo avere il coraggio di vederlo."

venerdì 6 aprile 2012

Quel che Martin Scorsese deve a Pirandello



Prima del Novecento l’uomo aveva focalizzato prevalentemente la sua attenzione sul rapporto tra se stesso e il mondo esterno, senza mai porsi una domanda essenziale: “Chi sono? Sono chi credo di essere o chi appaio?”
Un primo sviluppo del problema si riscontra nella letteratura e, in particolare, uno degli scrittori più attivi sul tema è stato Luigi Pirandello. Infatti, sin dall’inizio della sua attività critica egli ha colto, rappresentato e teorizzato la sua singolare coscienza delle molteplici sfaccettature dell’esperienza e del soggetto.
Questa rappresentazione poliedrica dell’interiorità dell’uomo viene ancor più concentrata con l’avvento del cinema, che, trasformandosi velocemente in una vera e propria industria, si diffonde in Europa e negli Stati Uniti, sviluppando continue sperimentazioni di generi, soggetti, linguaggi e tecniche.
Pirandello è forse tra i primi autori del diciannovesimo secolo a scrivere seriamente e con chiaroveggenza sull’aspetto nascente dell’industria cinematografica. Se egli inizialmente si schiera contro il “mostro cinematografico”, poiché lo considera un’arte che divora la realtà e rischia di divorare l’artista; in seguito ribalta la sua opinione affermando che è proprio grazie al cinema che si può arrivare in maniera più facile e completa ad una “visione del pensiero”. Egli sostiene, infatti, nel suo articolo “Se il film parlante abolirà il teatro”, che il cinema si deve liberare della letteratura e immergersi nella musica…

<<  Io dico la musica che parla a tutti senza parole, la musica che s’esprime coi suoni e di cui essa, la cinematografia, potrà essere il linguaggio visivo. Ecco: pura musica e pura visione. I due sensi estetici per eccellenza, l’occhio e l’udito, uniti in un godimento unico: gli occhi che vedono, l’orecchio che ascolta, e il cuore che sente tutta la bellezza e la varietà dei sentimenti, che i suoni esprimono, rappresentate nelle immagini che questi sentimenti suscitano ed evocano, sommovendo il subcosciente che è in tutti, immagini impensate, che possono esser terribili come negli incubi, misteriose e mutevoli come nei sogni, in vertiginosa successione o blande e riposanti, col movimento stesso del ritmo musicale. Cinematografia, ecco il nome della vera rivoluzione: linguaggio visibile della musica.  >>

Nella produzione di un film il regista non sempre si rifà ad un autore o ad un modello ben preciso, ma è sicuramente grazie all’apporto della letteratura e di autori come Pirandello, che si è giunti a tecniche di ripresa in grado di rappresentare come reale ciò che reale non è e, soprattutto, a costruire un personaggio con il quale ogni uomo può identificarsi.

Martin Scorsese è uno dei registi che, probabilmente senza consapevolezza, si rifà alla lezione pirandelliana.
Nato a Flushing (Long Island), da genitori entrambi operai ed entrambi figli di immigrati siciliani arrivati negli Usa nel 1910, viene istruito secondo i principi della morale cattolica. A 14 anni, sente la vocazione ed entra in seminario, ma cambia immediatamente idea dopo sei mesi. Continua la sua istruzione scolastica iscrivendosi alla New York University, che lo formerà cinematograficamente.
Golden Globe, Oscar, César, David; non c'è premio che non gli sia stato conferito. Considerato un autore sacro e appassionato, ma anche passionario, Scorsese si distinse originariamente per la bizzarria con la quale colpiva lo stomaco dello spettatore, costruendo una filmografia da adorare, un cinema delle solitudini laceranti, un cinema sulle ossessioni, sulle pulsioni autodistruttive.
È senza dubbio uno dei più grandi regista contemporanei.

Uno dei suoi film nel quale è possibile rintracciare caratteristiche prettamente pirandelliane è “Shutter Island”, da lui diretto e prodotto nel 2010.
La trama, complessa ed avvincente, nonché ricca di diversi livelli di lettura, è la riduzione cinematografica dell’omonimo romanzo dello scrittore Dennis Lehane. In confronto al macrocosmo nel quale solitamente getta lo spettatore, quello di Shutter Island è un relativamente piccolo anfratto della mente, nel quale il regista sfrutta l'impianto del thriller per parlare e rappresentare visivamente i recessi più oscuri del cervello, dove si annidano sogni e speranze, traumi e violenza.
Il film è ambientato nel 1954 e racconta la vicenda di due agenti federali, Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo) che sbarcano a Shutter Island, un'isola a largo delle coste del New England interamente adibita a manicomio criminale, per risolvere il caso di una paziente di nome Rachel Soldano (Emily Mortimer) scomparsa misteriosamente. A causa di una violenta tempesta Daniels, che vorrebbe rientrare a Boston per redigere un rapporto contro l'atteggiamento del dottor Cawley, il direttore del manicomio, non può abbandonare l'isola ed costretto a continuare l'indagine. In un crescendo claustrofobico di paranoia Daniels, che è vittima di emicranie e di incubi ricorrenti, si trova ad indagare sull'intera struttura ospedaliera di Shutter Island, cominciando a dubitare di tutto e di tutti.
Per analizzare correttamente la pellicola è necessario scomporre i suoi molteplici strati, la cui superficie più esterna è costituita dalla trama, propria del romanzo stesso di Lehane, ed ha un impianto narrativo classico e tendenzialmente lineare. Intorno a questo soggetto, quindi, Scorsese costruisce un film dalla struttura formalmente assai classica che parte da un enigma, si sviluppa in un'indagine e termina con un epilogo chiarificatore, senza lasciare nulla al caso. La progressione narrativa offre un'alternanza dei ritmi e dei tempi che preparano le atmosfere, dalla vaga suggestione gotica, la caratterizzazione del protagonista intorno al quale ruota l'intera vicenda, le pause di riflessione e i momenti di azione, la costellazione di indizi e la soluzione dell'enigma.
Tuttavia sarebbe riduttivo arrestarsi a questo primo stadio di lettura, poiché, nonostante l’epilogo si possa intuire già a metà film da uno spettatore più attento, Scorsese è in grado di rielaborare l’ordinario e di trasformarlo in qualcosa di straordinario; di costruire un lavoro equilibrato, la cui armonia e completezza garantiscono un ritmo narrativo in continuo crescendo, che permette alla regia di creare una tensione costante ed un'angoscia palpabile sul pubblico. In questa dimensione estetica la sua regia si può analizzare sotto due differenti profili. Il primo riguarda le scelte tecniche volte a coinvolgere lo spettatore, calandolo nella suggestione delle atmosfere tetre ed angoscianti. Il secondo profilo è invece di carattere più prettamente simbolico: la regia sposa la storia narrata valorizzandola attraverso il ricorso agli archetipi propri di quella simbologia, che permea l'intero tessuto narrativo, e li accompagna con dei movimenti di camera che si rendono interpreti delle situazioni vissute dai personaggi.
Martin Scorsese è sempre stato un regista creativo ed innovativo, la cui arte si è districata nel corso degli anni, passando di opera in opera, ricercando nuovi modelli narrativi, capaci di uscire dalla gabbia degli schemi classici e atti a valorizzare ai massimi livelli il talento creativo del regista, che fossero un tramite emotivo diretto fra la storia che si racconta e il pubblico. Egli alterna con sapienza inquadrature panoramiche e campi lunghi a lente soggettive che introducono il protagonista, e il pubblico con lui, all'interno degli ambienti. In questo caso l'angolo dell'inquadratura è sempre spostato dal basso verso l'alto, suggerendo così un senso di incombenza e di minaccia tanto dei luoghi quanto delle persone e rafforzando il senso di claustrofobia già insito nelle scenografie.
Analizzando il film sul piano del significato, il mondo che Teddy Daniels sembrerebbe scoprire a Shutter Island, non è quello formato da una società bigotta e moralista, bensì un girone dell'inferno in cui il governo porta avanti esperimenti segreti sull'essere umano, nascondendosi dietro la facciata di un ospedale psichiatrico criminale. Gli elementi che entrano in gioco sono tantissimi: l'eugenetica, il nazismo, il comunismo, la scienza che assurge a religione, il lavaggio del cervello, la manipolazione delle coscienze. Quello che resta, però, una volta svelato il mistero è un altro elemento: la dicotomia fra la realtà e la percezione della stessa.
Il percorso cui Scorsese invita lo spettatore attraverso l'indagine svolta da Teddy Daniels è un viaggio all'interno di un labirinto di paure.
Così come Freud spiegava la divisione della psiche umana in conscio, preconscio e inconscio attraverso l'immagine dell'iceberg in cui la parte emersa, visibile a tutti, è il conscio, la linea di galleggiamento è il preconscio e la parte sommersa, la più ampia ed imperscrutabile, è l'inconscio; nel film Laddies, la nemesi di Daniels, si nasconde nell'impenetrabile blocco C, una fortezza situata in cima alla scogliera, con interni tetri, imperscrutabili e labirintici: come una forma di protezione dell'intima identità dell'individuo.
Un altro simbolo chiave del film è rappresentato dal faro, fonte di luce che avverte i naviganti dell'incombente pericolo e spezza l'inganno del buio della notte; non è un caso che la soluzione degli enigmi che tormentano Daniels si celi al suo interno. Esso si trova a livello del mare, ossia è sul limen fra l'inconscio e il conscio, non è solo una luce nelle tenebre, ma è un filtro, la transizione fra le due istanze psichiche.

Attraverso una ricerca visiva accuratissima, Martin Scorsese sposa la storia narrata con le immagini. La suggestione è coronata da una vastità di dettagli che spaziano dalle visioni cimiteriali ad una cripta che diviene riparo nella tempesta, alle luci che sono così bianche da accecare, al sangue di un rosso vermiglio, così tipico della filmografia di Scorsese, che si alterna al rosso delle fiamme e al grigio della cenere, saloni austeri e ricchi di decori cupi estremamente gotici, sotterranei umidi e minacciosi dalla struttura labirintica, catene e celle comuni in cui i pazienti sono imprigionati completamente nudi, una scala a chiocciola che conduce alla verità. I flashback si confondono in deliri onirici di una forza straordinaria, dove la leggerezza dei fogli che svolazzano nella stanza del colonnello delle SS di Dachau è immediatamente compensata dal dettaglio di un piede che schiaccia a terra una pistola, dove il dolore per la perdita della moglie si compensa in un abbraccio languido, l'orrore dell'omicidio si cancella nel sorriso di un'apparenza di normalità quotidiana, così artefatta quanto lo è il fumo che viene riassorbito dalla sigaretta che lo sprigiona. Una suggestione “gotica” mai fine a se stessa e ricca di indizi.
Ma non è alla prevedibile soluzione dell'enigma, che Scorsese vuole condurre lo spettatore, né al troppo facile ribaltamento dei ruoli in base al quale tutti coloro che appaiono essere dei mostri in realtà sono solo delle persone che stanno facendo di tutto per aiutare il protagonista.
La terapia psicanalitica ha avuto successo e Daniels ormai ha preso coscienza di sé e del proprio passato. I medici hanno conseguito il loro scopo istituzionale, ossia guarire il paziente. Il cervellotico “gioco di ruolo” creato dal dottor Cawley ha funzionato ed ha obbligato l'Io del paziente ad ammettere ciò che si era nascosto nei meandri del suo Es. Ma Daniels non accetta la propria guarigione: egli si definisce un mostro per non essere stato capace di comprendere a fondo lo stato psicologico della moglie e si fa carico della responsabilità della morte dei suoi figli, benché non sia stato lui ad ucciderli. In realtà egli non si è macchiato di un crimine come quello che già si rimprovera per la strage dei nazisti nel campo di Dachau. Egli ha ucciso sua moglie, ma non l'ha assassinata, l'ha liberata o,  in un'ottica più confacente al quel determinato contesto storico e culturale, l'ha giustiziata. La guarigione lo obbliga ad accettare quella realtà senza più rifugiarsi all'interno di un labirinto di paure e di menzogne. Ma il dolore per lui è insopportabile, al punto di fingersi ancora malato e di sottoporsi ad un intervento di lobotomia, che in questo caso si profila come una rimozione chirurgica della sofferenza. In questa ottica la verità non è un bene e la cura stessa è un male.
La cura comporta l'accettazione di una realtà che il paziente rifiuta e così si trasforma in violenza psichica, in gabbia per l'essere straordinario che deve essere ricondotto all'ordinario, il soccombere della fantasia di fronte alla realtà, conformazione dell'anticonformista, riconduzione del diverso all'uguaglianza.
Alla fine l'indagine compiuta da Scorsese è quella sulla dicotomia fra la realtà e il modo in cui essa è percepita e filtrata.
Il mondo visto da un folle è forse meno reale di quel mondo che vedono le persone "normali"?
Scorsese indaga sulle lacerazioni interne all'animo dell'uomo prodotte dalla necessità di dover scegliere fra ciò che si desidera e ciò che si deve fare, fra il bene e il male, fra il giusto e lo sbagliato. L'uomo è combattuto, dilaniato e sofferente.
La lobotomia è una sconfitta per i medici, ma è la scelta di Daniels. E qui è in gioco un principio etico superiore: il diritto di disporre di se stessi. Il diritto di scelta del paziente è stato violato dai medici che lo hanno obbligato a guarire. L'uomo non ha più il diritto di scegliere che cosa sia meglio o peggio per lui: è la società ad imporgli quello che essa reputa essere la cosa migliore.

L’enorme contributo di Pirandello si riscontra proprio facendo l’analisi di una pellicola. Nel caso di “Shutter Island”, ad esempio, è possibile rintracciare analogie sia con le tecniche narrative utilizzate dallo scrittore agrigentino, sia con le tematiche da lui trattate nelle sue opere.
Dal punto di vista della tecnica la somiglianza si può riscontrare, prima di tutto, nelle inquadrature, tendenti ai primi piani e alle riprese dal particolare ad una visione più generale dell’ambiente; inoltre, nel vasto utilizzo del monologo, che avviene ad alta voce ma ha le medesime caratteristiche del monologo interiore dei personaggi pirandelliani.
Analizzando il piano del significato, è possibile mettere in evidenza soprattutto due tematiche, molto care a Pirandello e che vengono fuori nel film in maniera a dir poco lapalissiana, ossia il conflitto realtà-apparenza e la follia, due motivi tra loro interdipendenti, riscontrabili principalmente in due sue opere: “Uno, nessuno, centomila” e “Enrico IV”.
Il conflitto realtà-apparenza rappresenta il filo conduttore del film e del romanzo “Uno, nessuno, centomila”.
Vitangelo Moscarda mette in dubbio se stesso così come Teddy Daniels inizia a dubitare di sé, confinando così entrambi, in maniera diversa, con la pazzia.
 
“la realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto. […] Io mi costruisco di continuo e vi costruisco, e voi fate altrettanto.”

Vitangelo Moscarda, prima di guardare, come se fosse la prima volta, la sua immagine riflessa, si era crogiolato nell’opinione che gli altri avevano di lui senza riflettere sull’enorme differenza tra ciò che si è realmente e ciò che si appare, arrivando a dubitare di essere “un” individuo, distruggendo tutti gli stereotipi creati su di lui e diventando un “nessuno” e giungendo alla conclusione che era “centomila”, perché ognuno, compreso egli stesso, avevano un’opinione diversa su chi lui fosse. Egli viene considerato pazzo nel momento in cui, per annientare le varie opinioni che tutti si erano fatti di lui, compie degli atti, più o meno clamorosi, totalmente fuori dagli schemi entro i quali egli aveva vissuto fino a quel momento.
Teddy Daniels crede di essere “un” agente federale mandato sull’isola per risolvere il caso, ma, procedendo con le indagini, inizia a dubitare di sè e, in preda alla confusione, perde se stesso, diviene un “nessuno”, infine capisce di essere stato, e di essere, “centomila”, perché è stato un soldato liberatore a Dachau, un padre e marito affettuoso, un agente federale, un pazzo rinchiuso in un manicomio.
I tormentati pazienti dell'istituto sono presenze inquietanti la cui follia è spesso la visione più “lucida” della realtà con cui Teddy viene a contatto nel corso del film. Eppure, come fare a rimanere lucidi quando si è circondati da folli? Come poter essere certi di non aver varcato quella sottile linea che divide la sanità mentale dalla pazzia? 

Pirandello scrisse “Trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica di tutte le vostre costruzioni”.

Un prototipo di pazzo è fornito da Pirandello anche nella sua opera teatrale “Enrico IV”.
Così come il giovane nobile protagonista che, durante una cavalcata in maschera era caduto da cavallo mentre stava impersonando il  personaggio di Enrico IV e, battuta violentemente la testa, si era risvegliato credendo di essere veramente l’imperatore di Germania, assecondato da parenti ed amici, che allestiscono la sua villa come fosse la reggia del sovrano; così anche Teddy Daniels si è creato una doppia personalità per proteggersi dalle brutalità commesse.
Il momento in cui il dottor Genoni decide di inscenare una farsa per far rendere conto al protagonista di non essere Enrico IV, è paragonabile al gioco di ruolo che il dottor Sheehan crea per far tornare alla realtà Daniels, ossia Andrew Laeddis.



L’Enrico IV è un testo molto denso, che esprime la convinzione che tutti siano pazzi e che la pazzia sia una scelta quasi obbligata dalla necessità di avere un posto in un mondo che non è fatto per noi : non a caso Enrico IV affermerà, parlando con i suoi servitori, di aver finto di essere ancora pazzo perché, rinsavito, aveva scoperto amaramente di essere arrivato “con una fame da lupo ad un banchetto già bell’e sparecchiato”, riferendosi a quei dodici anni mai esistiti per lui e goduti dagli altri . La decisione, dunque, di ritornare nel limbo - prigione della pazzia è dettata dalla constatazione che nel mondo non c’è più posto per lui . Enrico IV, così, si può leggere come la tragedia dell’emarginazione umana in un alternarsi conscio di finzioni che coinvolge lo spettatore come di fronte ad un gioco di specchi .
Allo stesso modo anche Andrew Laeddis decide di rimanere Teddy Daniels. L’ultima battuta da lui pronunciata è: "Cosa sarebbe peggio: vivere da mostro o morire da persona per bene?"

venerdì 23 marzo 2012

I guardiani del destino



"Molte persone vivono seguendo il cammino scelto da noi, perchè troppo timorosi per esplorarne altri. Ma ogni tanto arrivano persone come voi, che superano gli ostacoli che mettiamo lungo la strada. 
Persone che capiscono che il libero arbitrio è un dono che non si sa mai come usare, fino a quando non si lotta per ottenerlo. 
È questo il vero piano del presidente, e cioè che un giorno non saremo noi a scrivere il piano, ma voi."


Non so che effetto possa farvi questa frase, non so se vi suona familiare o meno.
Ammetto che per me è molto più facile commentarla, perché è tratta da un film che ho visto e di cui ho già accennato tempo fa: "I guardiani del destino".

Già dal titolo potete desumere qualcosa in più su quella frase: il soggetto del discorso è il destino!

Chi non si è mai chiesto da chi dipende il nostro destino? Del perchè accadono le cose? Di come avvengono le coincidenze o di come una frazione di secondo può anche stravolgere la vita di una persona?

Credo un po' tutti. 


Questo film mi è piaciuto proprio per il suo modo direi quasi perfetto di rappresentare visivamente ciò che io penso.

Non voglio anticiparvi molto, ma al contempo non voglio essere un libro totalmente chiuso, perché mi farebbe molto piacere che, dopo avermi letta, chi ancora non l'avesse visto ci facesse un pensierino!

Il protagonista, David Norris, è nato per fare politica. Ha avuto un'infanzia difficile segnata da tragedie familiari. E' candidato alla carica di senatore nello stato di New York e ha tutte le carte in regola per riuscire. Tuttavia è ancora molto giovane e uno scandalo giornalistico lo fa scendere nella graduatoria di gradimento di voto. Alla vigilia dell'ultimo discorso che egli deve fare se vuole portare gli elettori di nuovo dalla sua parte fa un incontro, nel bagno degli uomini: una ragazza, Elise. Ne rimane stregato, ma non fa in tempo a scambiarsi alcun recapito. Arriva il momento del discorso che per l'ispirazione data dalla ragazza viene totalmente stravolto rispetto a quanto programmato. Norris perde le elezioni, ma non il favore degli elettori: per le prossime elezioni potrebbe avere delle possibilità. Una mattina qualunque, su un autobus, incontra di nuovo Elise. I due si scambiano il numero e David arriva a lavoro, dove trova degli strani uomini che, tra le altre cose, gli sequestrano letteralmente il numero di Elise...

Un Matt Damon brillante, anche bello da vedere con un sorriso a dir poco irresistibile, una Emily Blunt aggraziata e delicata, che non aveva mai ballato prima di girare questo film, un gioco di porte, un labirinto nel labirinto a dir poco entusiasmante! 



Da sottolineare anche le inedite (e stupende) inquadrature di New York!

Fare le recensioni non è proprio il mio forte, di film poi peggio ancora che di libri, spero comunque di avervi reso l'idea di quanto mi piace questo film!

Voto: 10 








domenica 26 febbraio 2012

Amici di letto






Qualche sera fa ho visto il film "Amici di letto", con Justin Timberlake e Mila Kunis. Da quella che potrebbe essere ritenuta una "semplice" commedia romantica sono scaturite in me tante riflessioni che voglio condividere con voi.
In sintesi la trama racconta l'amicizia molto particolare tra Dylan e Jamie, che, dopo l'ennesima rottura, decidono che dell'amore ne hanno abbastanza, almeno per un po'. Tuttavia sentono la mancanza del sesso e, per questo, decidono di unire "l'utile al dilettevole" e iniziano ad essere amici di letto, convinti di poter restare tranquillamente amici. Peccato che poi... scoppi la scintilla!
Non mi dilungo con i dettagli perchè rischierei di rovinarvi quello che è il piacere di guardare il film che, per quanto non culturalmente elevato, è abbastanza gradevole.

Come vi dicevo prima, a seguito della visione del film, ho iniziato ad elaborare alcune considerazioni.
Innanzitutto ho digitato sul google "amici di letto" e, oltre all'omonimo film, sono spuntati decaloghi di ogni genere su "come essere perfetti amici di letto", oppure neologismi (o già esistevano?!?) come la parola "trombamico".
Leggendo  i vari articoli ho appurato che nella società sta avvenendo un grosso cambiamento: se da una parte la love story con happy end finale viene ritenuta possibile e ci sono quei fortunati che trovano la loro "dimensione", dall'altra questa specie di "relazione", se tale si può chiamare, sta prendendo sempre più piede, accompagnata da un disincanto che deriva dal fatto di non avere trovato la persona giusta e di avere paura di innamorarsi e di soffrire di nuovo.
I tempi sono cambiati, la mentalità si è aperta anche a questo tipo di soluzioni, volte a soddisfare i bisogni che innegabilmente sono legati al corpo e che non sempre è facile mettere da parte.
Tuttavia non lo ritengo facile come sembra, perchè, come il film dimostra, nonostante tutte le "regole" possibili e immaginabili che vengono dettate per mantenere tale il "disimpegno", è pressoché impossibile non farsi coinvolgere sentimentalmente, a un certo punto. Il film docet!
L'unico caso "realizzabile" è quello di avventure e incontri sporadici, ma è così facile concedersi al primo (o alla prima) venuto??
Per quanto io faccia parte della categoria di quelle che hanno SERIE difficoltà ad impegnarsi, personalmente ad abbassarmi a tanto non ce la faccio proprio!

giovedì 29 dicembre 2011

In fondo tutti.. abbiamo bisogno di un happy end!

Il film di ieri merita un post tutto suo! Non si può assolutamente paragonare ai "parenti" filmetti italiani: attori di una certa levatura (e anche quelli più giovani non sono da meno nell'interpretare il personaggio), battute fatte in modo elegante senza trascendere nel cosiddetto "volgare" pesante. La trama forse è un po' banale, già si sa che si va incontro al classico happy end, solo che in questi giorni così neri vedere almeno sullo schermo che il lieto fine può esserci dà un po' di conforto.
La cosa che forse mi è piaciuta più di tutte è stato il cast: sembrava come una riunione di tutti quegli attori che noi vediamo in tv nelle varie serie e nei più disparati canali, dal ragazzino che recita da anni su Disney Channel, da chi su Disney Channel ha trovato il successo e ora continua la sua carriera, da una stella nascente proveniente da Glee o attori già affermati da tempo e con un ruolino personale notevole!
Penso che trapeli chiaramente che ne sono entusiasta! Se avessi potuto, sarei rimasta volentieri dentro al cinema per vedere anche lo spettacolo successivo!
Devo essere obiettiva e precisare che chi vede solo film di un certo livello intellettuale non ha alcun motivo di vederlo! Chi, come me, ogni tanto (lo farei spesso se mi fosse possibile) ha bisogno di staccare la spina, invece vada [non mi assumo alcuna responsabilità però se non è di gradimento! ;) ]

mercoledì 28 dicembre 2011

Quanto vorrei... un Capodanno a New York!

Nell'attesa della vigilia di Capodanno, del famoso conto alla rovescia per le 00.00 del nuovo anno, questa sera ho deciso di andare a vedere al cinema un film in tema "Capodanno a New York". 
In realtà mi sa un po' dei classici "film-panettoni" italiani (De Sica, Boldi & Co.), che io personalmente non amo molto in quanto ritengo che confinino troppo nel volgare; ciononostante il trailer di Capodanno a New York mi ha affascinata molto e la cosa che merita più di tutte è sicuramente lo "sfondo" della storia. 
Data la location farei proprio l'inverso della "Rosa purpurea del Cairo" di Woody Allen, cioè piuttosto che fare uscire un personaggio dallo schermo, entrerei io per avere l'immenso piacere di trascorrere il capodanno a New York!
Purtroppo mi sa che, per non so quanto tempo ancora (probabilmente parecchio), la Grande Mela rimarrà solo al primo posto dei luoghi da visitare! Mi consolo pensando di vederla stasera allo schermo... meglio di niente no?? =)





mercoledì 27 luglio 2011

Questa sera.. nientepopcorn!

Questa mattina ho fatto un giro sulla mia modesta libreria sul sito Anobii e, pensando a quanto fosse modesta (132 libri), mi sono detta che se ci fosse stato un database simile incentrato sui film, avrei raggiunto un numero molto più dignitoso. A quel punto si è accesa la mia piccola lampadina e ho deciso di cercare su Google: "sito per film come Anobii". Dopo un paio di siti ho trovato questo: http://www.nientepopcorn.it.
E' stata una rivelazione!
Dico solo che, se di pomeriggio non fossi uscita, avrei trascorso l'intera giornata lì alla ricerca di film visti. Se in questo momento si naviga sul sito sono la prima degli "utenti più attivi" (neanche mi dessero un premio"). 
Presa dall'accecamento come una trovatrice d'oro avrei buttato giù dagli scaffali tutti i miei dvd per catalogarli sul sito! Fortunatamente ha prevalso il buon senso e piuttosto che scorrere manualmente, ho iniziato a farlo virtualmente per genere! Neanche oso descrivermi: non voglio che nessuno mi porti in un sanatorio!
Ora sono in corsa per superare i 500 film visti! 
Non so se sono molti o pochi, ma devo dire che amo vedere film! Talvolta ne riesco a vedere anche tre al giorno! A volte li maledico perchè è proprio da loro che vengono i miei più grandi flash mentali, le mie illusioni..
Ma al contempo l'happy end mi dà speranza, mi fa credere che, anche se è vero che "La vita non è un film", come dicevano gli Articolo 31, il nostro momento prima o poi arriva sempre. 
All'inizio di un film il/la protagonista si trova sempre nei guai, in difficoltà, vive una vita monotona che non dà via di scampo. Poi avviene quel "quid" che cambia tutto: stravolge gli equilibri, introduce altri personaggi, mette in moto altre peripezie. Il protagonista in questione riesce quasi sempre a superarle e si avvia verso il lieto fine che si protrae per i titoli di coda, che danno quel senso di "eterno" fissato sulla pellicola; la vita reale invece continua. Il lieto... non è mai fine, la fine è una sola. Non per questo non dobbiamo godere dei bei momenti, che, proprio perchè fugaci, vanno gustati fino in fondo. 

lunedì 23 maggio 2011

e.e. cummings

Edward Estlin Cummings è un nome, per molti un mistero. A tutti sarà capitato di sentire frasi d'effetto senza sapere che appartenessero a lui.
Nel film "In her shoes" abbiamo il piacere di ascoltare, letta da una bravissima Cameron Diaz, "Il tuo cuore lo porto con me". Quando vedendo il film sentì quelle parole, ne rimasi folgorata, ma sono sincera nell'ammettere che oltre a questa poesia, non ho fatto alcun approfondimento sulla storia del poeta e magari potrebbe anche sembrare assurdo, considerato che la ricordo in buona parte a memoria.
Ieri sera ero comodamente distesa a letto che guardavo un altro film, "Charlie St. Cloud- Segui il tuo cuore". Tralasciando i commenti sul film, che comunque non è stato male, seppur vicino a uno pseudo "Ghost Whisperer" e alla "Casa sul lago del tempo", ciò che ha colpito la mia attenzione è stato ben altro: i due protagonisti sono in riva al mare ed ecco che recitano queste parole:

"Fidati del tuo cuore se il mare prende fuoco e vivi per amore anche se le stelle camminano all'indietro".

Ho messo subito in pausa il dvd. Digito su Google questa frase che mi si è subito fissata nella mente. Sorpresa delle sorprese, fa parte di una poesia di Cummings: "Dive for Dreams". Mi addormento con questo pensiero, non posso approfondire le ricerche, l'indomani  è un giorno di scuola. Siamo agli sgoccioli, mancano circa quattordici giorni, che noi poveri studenti dobbiamo veramente sudarci! La generalizzazione è molto ampia, ma credo che, sebbene non valga per tutte le scuole superiori, sicuramente per il liceo classico sì!
Ecco che ora mi ritrovo qui, sono le 23 passate, sono distrutta. Ho ancora Foscolo in testa. Certo che i nostri poeti non hanno nulla da invidiare a quelli stranieri, anzi! Comunque per curiosità ho cercato notizie su Cummings e con dispiacere ne ho trovate davvero poche! La biografia è presente solo su Wikipedia, poche poesie sono state tradotte.. E' un peccato! Possibile che la bravura di un poeta di meno di un secolo fa debba essere conosciuta tramite le battute di un film? O l'ignorante sono io e Cummings è conosciuto a livello mondiale? Se qualcuno può, mi risolva il dilemma!
Cercandolo in inglese ci sono dati molto più esaustivi, credo che la raccolta di poesie pubblicate sia completa! Spero di avere il tempo, dopo questi 14 infiniti giorni che mancano alla fine della scuola, di tradurne qualcuna, sarebbe davvero interessante.
Per quel che riguarda quella frase ("Fidati del tuo cuore se il mare prende fuoco e vivi per amore anche se le stelle camminano all'indietro"), direi che è molto incisiva. Secondo me significa che dobbiamo seguire il nostro cuore e fare tutto con passione, anche se sembra che tutto vada contro di noi e che la vita ci ponga degli ostacoli da tutte le parti!
Fosse così facile...

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